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domenica 11 ottobre 2015
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domenica 4 ottobre 2015
da Commissione Europea (http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5746_it.htm) - 02 ottobre 2015
Protezione della natura in Europa: fissare obiettivi più ambiziosi per arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020
Ma il check-up delle Direttive "Habitat" e "Uccelli" fa temere il peggio
Dalla revisione intermedia della strategia dell’UE sulla biodiversità si evince che sono stati registrati progressi in molti settori, ma emerge anche la necessità di un maggiore impegno da parte degli Stati membri per arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020.
Scopo della revisione intermedia della strategia dell’UE sulla biodiversità è valutare se l’UE è sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020. I risultati dimostrano che sono stati compiuti progressi in molti settori, ma evidenziano la necessità di sforzi più intensi per tener fede agli impegni assunti dagli Stati membri in materia di attuazione. La capacità della natura di pulire l'aria e l'acqua, impollinare le colture e limitare l’impatto di catastrofi quali le inondazioni è compromessa, con potenziali costi elevati e imprevisti per la società e per la nostra economia. Un sondaggio d’opinione a livello europeo, anch’esso pubblicato oggi, conferma che la maggioranza dei cittadini europei è preoccupata per le conseguenze della perdita di biodiversità ed è consapevole delle ripercussioni negative che questo fenomeno può avere sulla salute e il benessere degli esseri umani, e in ultima analisi anche sul nostro sviluppo economico a lungo termine.

L’UE ha adottato una strategia per arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020. Dalla valutazione effettuata a metà percorso emerge che occorre fare molto di più sul terreno per tradurre le politiche dell’UE in azioni concrete. In primo luogo gli Stati membri devono attuare meglio la legislazione UE in materia di protezione della natura. Più dei tre quarti dei principali habitat naturali nell’UE sono attualmente in condizioni insoddisfacenti, e molte specie sono a rischio di estinzione. L'effettivo arresto della perdita di biodiversità dipende anche da quanto efficacemente le questioni legate alla biodiversità sono integrate nelle politiche in materia di agricoltura, silvicoltura, pesca, sviluppo regionale e commercio. La riforma della politica agricola comune offre la possibilità di una maggiore integrazione delle questioni connesse alla biodiversità, ma la misura in cui gli Stati membri attueranno i provvedimenti a livello nazionale sarà decisiva per garantirne il successo. Infine occorre riconoscere e apprezzare per il suo giusto valore il nostro capitale naturale, non solo entro i limiti delle aree protette ma in generale nel nostro territorio e nei nostri mari. La Commissione sta attualmente effettuando un controllo dell’adeguatezza (check-up) delle direttive Uccelli e Habitat, al fine di verificare se stiano raggiungendo i loro importanti obiettivi nel modo più efficiente.
Il Commissario responsabile per l'Ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, ha dichiarato: Possiamo trarre numerosi insegnamenti da questa relazione - abbiamo compiuto progressi e ci sono esempi validi da seguire, ma resta tanto da fare per colmare le lacune e raggiungere gli obiettivi in materia di biodiversità all'orizzonte 2020. Non c’è motivo di autocompiacersi - perdere biodiversità significa perdere il nostro sistema di sostegno alla vita. Non possiamo permettercelo, né può permetterselo la nostra economia."
Il ripristino degli habitat naturali e la costruzione di infrastrutture verdi continuano a rappresentare delle sfide per l’Europa. La strategia dell’UE per le infrastrutture verdi — una volta attuata — dovrebbe comportare vari benefici per una serie di settori, compresa l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca. Le specie esotiche invasive sono una delle minacce alla biodiversità che registra la crescita più rapida in Europa, causando danni significativi all’agricoltura, alla silvicoltura e alla pesca, con un costo nell'UE pari ad almeno 12 miliardi di EUR l’anno. È entrato in vigore un nuovo regolamento dell’UE per combattere la diffusione delle specie esotiche invasive e si sta lavorando per definire entro l’inizio del 2016 un elenco delle specie invasive di rilevanza unionale.
Su scala mondiale, l’UE contribuisce in ampia misura ad arrestare la perdita di biodiversità. Insieme ai suoi Stati membri, l’UE è il principale donatore finanziario per la conservazione della biodiversità. L’UE ha adottato i primi provvedimenti per ridurre le cause indirette della perdita di biodiversità, in particolare in materia di commercio della fauna selvatica e della pesca illegale, e per integrare la questione della biodiversità nei suoi accordi commerciali. La nuova agenda generale 2030 per lo sviluppo sostenibile ribadisce la necessità di mantenere gli impegni assunti a livello mondiale in questo settore.
La pubblicazione della revisione intermedia coincide con quella di un sondaggio Eurobarometro che evidenzia le preoccupazioni espresse dagli europei rispetto alle tendenze attuali in materia di biodiversità. Almeno i tre quarti dei cittadini europei ritengono che sussistano gravi minacce per gli animali, le piante e gli ecosistemi a livello nazionale, europeo e mondiale, e oltre la metà ritiene che risentirà personalmente della perdita di biodiversità.
Contesto
La strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020 mira a porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici, ripristinandoli il più possibile entro il 2020, e a contribuire ad evitare la perdita di biodiversità su scala mondiale. Essa stabilisce obiettivi in sei settori principali: piena attuazione della normativa dell'UE in materia di protezione della natura; preservazione e ripristino degli ecosistemi e dei relativi servizi; rafforzamento della sostenibilità dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca; controlli più rigorosi sulle specie esotiche invasive e un contributo più significativo dell’UE alla prevenzione della perdita di biodiversità. La strategia dell’UE sottolinea la necessità di tenere pienamente conto dei benefici economici e sociali garantiti dalla natura e di integrare tali vantaggi nei sistemi di comunicazione e contabili. La strategia mira anche a tener fede agli impegni mondiali in materia di biodiversità nel quadro della convenzione sulla diversità biologica e contribuisce alla nuova agenda di sviluppo sostenibile a livello mondiale entro il 2030.
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I camosci del Parco Nazionale del Gran Paradiso in un documentario
Come gestire e conservare il Re delle Alpi
Documentario realizzato nell'ambito del progetto Interreg GREAT — Grandi Erbivori negli ambienti Alpini in Trasformazione, Programma di Cooperazione Transfrontaliera Italia-Svizzera 2007-2013, finanziato con i fondi FESR dell'Unione Europea
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da "The Economist" - 30 settembre 2015
Come i verdi e gli scettici leggono la storia biblica della Genesi
Esegesi delle sacre scritture e protezione della natura: il cristianesimo di interroga dopo l'Enciclica di Papa Francesco.
James Inhofe, presidente della Commissione Ambiente del Senato americano, presta molta attenzione al libro della Genesi. Ad esempio, egli insiste sul fatto che tutta la West Bank appartiene di diritto ad Israele, piuttosto che a palestinesi, musulmani o cristiani; ed ha radicata la credenza nella promessa fatta ad Hebron da Dio ad Abramo: "... tutto il paese che tu vedi, a te lo darò e alla tua discendenza per sempre ... " (è stata questa la ragione, ha pensato Inhofe, per cui l'America ha esitato nella convinzione che gli attacchi dell'11 settembre siano stati l'apertura di "una porta spirituale"). La sua intensa ostilità all'idea che il riscaldamento globale sia di origine antropica, che lo ha spinto a portare una palla di neve sul pavimento del Senato, ha anche una base biblica. A riprova che l'uomo semplicemente non può modificare l'interazione delle stagioni, cita quanto detto da Dio a Noè nella Genesi, 8:22.: "Finché la terra durerà, sementi e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai".
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| Albero della vita - Cattedrale di Otranto (LE) - Particolare |
Il cardinale non è il solo a fare quel collegamento. Il rabbino David Rosen della American Jewish Committee, infaticabile partecipante agi incontri interreligiosi, ha usato gli stessi versi quando per parlare dell'atteggiamento della sua fede verso l'ambiente.
Ma un cinico potrebbe senza dubbio ribattere che è possibile selezionare versi isolati da un testo complesso e spesso maltradotto, e sfruttarli a sostegno delle argomentazioni. Il seguente esempio parallelo è un po' esagerato ma può servire. occorre tornare ai giorni in cui la Gran Bretagna ha avuto una piccola moneta del valore di sei vecchi centesimi, nota in gergo come "conciatore" ("tanner" n.d.t.), e circolava una battuta clericale: "il banchiere deve essere biblicamente benedetto perché l'apostolo Pietro ha alloggiato da Simone il conciatore ("tanner" n.d.t.) ...".
Testo completo (in inglese): http://www.economist.com/blogs/erasmus/2015/09/genesis-and-environment?fsrc=scn/tw/te/bl/ed/genesisandtheenvironment
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da "LINKIESTA" - 04 ottobre 2015 - di Giulio D'Antona
Epidemie, pandemie e informazione malata.
Interessante riflessione, apparsa sul giornale indipendente on-line "Linkiesta", sul rapporto tra minacce virali per il mondo umano e realtà scientifica. Di mezzo, il ruolo dei mezzi di informazione, sempre più strumenti di distrazione di massa.
La psittacosi, anche conosciuta come ornitosi, è una forma di polmonite batterica diffusa da Chlamydophila psittaci. Colpisce i pappagalli, ma anche altre specie di uccelli da compagnia, le pecore e in qualche caso cani e gatti. Può essere trasmessa all'uomo, per un po' di tempo è stata definita “peste da appartamento” ed è stato molto difficile isolarne cause e sintomi. Se non trattata, uccide il venti per cento degli infettati. L'ebola ne uccide tra il cinquanta e il novanta, ma non viene trasmessa da animali che popolano le nostre stanze e dormono sui nostri tappeti e divani.
Ci si potrebbe fermare a questo punto, come si fa in questo casi, e osservare la paranoia diffondersi in modo non tanto differente dal diffondersi dei batteri e dei virus che la generano. Vincere le debolezze organiche, opporre resistenza agli antibiotici e trasformarsi nella prima, vera, pandemia. Ignorando l'unica nozione fondamentale: del problema di Chlamydiophila non ci si preoccupa più da quasi novant'anni.
Nel dicembre del 1929, in tempi di piena crisi, un americano di nome Simon Martin ha deciso di comprare un pappagallo per sua moglie. Volendole farle una sorpresa, lo ha affidato a sua figlia Edith e al marito Lee Kalmey a Baltimora, perché lo tenessero con loro fino a Natale. Che il pappagallo non fosse in perfetta forma è stato chiaro fin da subito: aveva gli occhi gonfi, le penne arruffate, era narcolettico. Entro qualche settimana, poco dopo essere stato portato ad Annapolis a casa Martin, Lee, Edith, Simon e sua moglie Lilian si trovavano per le mani un pappagallo morto. Quando i Kalmey e Lilian Martin, verso i primi giorni del 1930, hanno cominciato a manifestare i sintomi della malattia, a metà strada tra la febbre tifoide e la polmonite, il collegamento con il volatile è venuto quasi naturale.
Il 6 gennaio, un medico di larghe vedute che aveva appena letto della “febbre dei pappagalli” su un giornale argentino e che era stato chiamato a visitare la famiglia ha tracciato il profilo della psittacosi, che sembrava si stesse diffondendo dal Sudamerica e in qualche remota regione europea (non meglio definita). La sua reazione immediata, non avendo idea di cosa fare per trattare il caso dei Martin, è stata quella di scrivere al Dipartimento della Sanità Pubblica a Washington. Il suo telegramma diceva: «Prego, mettere a disposizione siero trattamento febbre pappagalli quanto prima». Non esisteva alcun siero, non esisteva alcun vaccino e nessuno sapeva che in effetti non ce n'era bisogno.
La diffusione della paranoia virale è un piano inclinato su cui le voci rotolano libere, inglobando altre voci, supposizioni, teorie e sentiti dire come una palla di neve che si ingrossa e prende velocità scendendo lungo il pendio. Non c'è altro modo per arginarle se non con un ostacolo secco sul quale lasciarle infrangere. Più sono veloci, più lo schianto sarà spettacolare.
Nel caso della psittacosi del 1930, la spinta iniziale l'ha data il Washington Post già nella notte del 8 gennaio. La malattia dei pappagalli lascia gli esperti senza parole, titolava. Di lì le radio hanno cominciato a scatenarsi, la notizia ha cominciato a essere ripresa dai giornali locali e gli episodi di paranoia hanno cominciato a diffondersi senza controllo. Un ammiraglio della marina ha ordinato a tutti i marinai che possedevano un pappagallo da compagnia di liberarsene buttandolo in mare con tutta la gabbia. Il sindaco di una cittadina del Midwest ha fatto emettere un'ordinanza che imponeva di “Tirare il collo a tutti i volatili domestici”. La gente ha cominciato ad abbandonare i cadaveri dei propri animali per le strade, quando non li lasciava liberi di volare e di incontrare la morte per altra mano.
Più la storia cresceva più diventava familiare, più diventava familiare più la sua minaccia reale si affievoliva e la caccia al pappagallo diventava una consuetudine. Mancava solo una cosa: le vittime umane.
Nel caso della febbre dei pappagalli la paranoia non è durata più di qualche settimana, attraversando un Paese messo in ginocchio da altri fattori che sembrava non aver bisogno di perdersi troppo nella paura di un morbo batterico, ma che lo ha accolto come una boccata di aria fresca. Solo una decina di anni prima, all'indomani dei progressi medici della fine dell'Ottocento e mentre cinquanta milioni di persone in tutto il mondo morivano di influenza, la gente aveva imparato a incolpare i batteri — non più dio, il diavolo o le streghe — per le catastrofi. Nella metà degli anni venti erano stati pubblicati numerosi saggi e trattati ed era stata coniata la definizione di “Cacciatore di microbi”. Il caso di Annapolis era diventato lo scenario ideale per mettere alla prova l'efficienza della nuova scienza, sotto gli occhi di una stampa già sovra-stimolata. Alla morte della moglie di Lilian Martin, la notizia ha cominciato a rimbalzare in tutto il Paese: Los Angeles Times, New York Post, Boston Globe.
Sebbene non ce ne fosse né la prova né il bisogno, gli articoli si ricalcavano sull'alta viralità del morbo e su quanto fosse letale per gli esseri umani. Le voci di nuovi casi rimbalzavano da una costa all'altra, senza che nessuno si prendesse mai la briga di verificarle. In capo a meno di un mese era appurato che la psittacosi potesse essere trattata con un normale ciclo di antibiotici e che fosse piuttosto rara anche tra i poveri pappagalli, che fino ad allora erano stati gli unici a pagarne le conseguenze.
Per ogni paranoico che prende la minaccia globale alla lettera, in venti cercano di approfondire la notizia per smascherarne l'inattendibilità o per sincerarsi che tutto vada bene.
Col passare degli anni e l'universalizzarsi delle conoscenze, le epidemie, forse perché sempre più rare, sono diventate argomento da tabloid più che casi di studio. Paradossalmente, il moltiplicarsi delle fonti arbitrarie e la maggiore disponibilità di informazioni, hanno immunizzato il pubblico in un fenomeno non dissimile dal metodo delle vaccinazioni. La diffusione di notizie ingigantite a pochi giorni dai primi casi non fa che irrobustire la coscienza dei lettori, rendendoli più scettici nei tempi a venire e quindi più preparati alla “bufala” — termine orrendo ma in questo caso utile. Per ogni paranoico che prende la minaccia globale alla lettera, in dieci sollevano le spalle e continuano a vivere la propria vita e in venti cercano di approfondire la notizia per smascherarne l'inattendibilità o per sincerarsi che tutto vada bene. Risultato: il fenomeno è meno duraturo e il diffondersi dell'ansia è meno probabile.
In grande, la recente proliferazione di informazioni riguardo il virus ebola, inizialmente incontrollata e allarmante, ha fatto sì che nel giro di poco tempo i lettori più informati cominciassero a pretendere chiarezza e che quindi anche i giornali si responsabilizzassero e arginassero il fenomeno, invece di alimentarlo. Così, la geografia del morbo ha mantenuto i propri confini e l'improbabilità di una pandemia si è fatta più evidente, grazie a una forma di scetticismo costruttivo in risposta all'allarmismo proliferante degli ultimi trent'anni.
In piccolo, ogni anno a fine settembre le fonti di informazione locali di New York aprono un osservatorio sull'uragano più vicino e lo seguono salire dai Caraibi lungo il golfo del Messico per scongiurare il pericolo che si abbatta sulla costa Est degli Stati Uniti. Anno dopo anno molti newyorchesi fanno provviste, in vista di un nuovo Sandy e rimangono incollati a Internet per essere preparati al peggio, che non sta tanto nelle piogge torrenziali, quanto nel reagire scompostamente a una minaccia reale.
Soltanto due uragani su dieci hanno effettivamente colpito la città duramente negli ultimi anni: Irene e Sandy. Lo scetticismo costruttivo mantiene le persone informate e argina il problema alla radice, molto più efficacemente della diffusione di un allarme spropositato, che finisce per procurare più danni che benefici. Ai tempi delle colonie, il terrore delle carestie ha fatto più morti che le carestie stesse, tra presunte streghe e nativi innocenti.
Per tornare alla febbre dei pappagalli: l'inconsistenza delle notizie allarmiste ha ben presto dato i suoi frutti. Non ha slavato la vita a Lilian e Edith Martin ma ha fatto sì che il Dipartimento della Sanità si desse da fare per risolvere un problema che nessuno aveva intenzione di osservare più da vicino, perseguendo la strada più semplice. Ogni volta che una nuova minaccia virale si affaccerà sul mondo degli uomini, la stampa andrà in subbuglio sempre prima e diffonderà il sospetto sempre più velocemente, infrangendosi sulle evidenze. Allora rimarrà soltanto la notizia, i fatti e l'attesa per la soluzione.
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sabato 3 ottobre 2015
dal "Corriere della Sera" - 01 ottobre 2015 - di Marco Gasperetti
Cinghiali: meno fucili più chimica
Si torna a parlare delle pillole anticoncezionali per gli ungulati. Nel Parco Naturale Regionale della Maremma ci stanno provando. Ma i rischi sono alti per altre specie, tra cui anche l'uomo
E se l’invasione dei cinghiali fosse fermata senza fucili ma con una pillola anticoncezionale? Sarebbe una panacea, non solo per l’etica animalista, ma anche per il territorio, l’ambiente e probabilmente per il budget delle regioni costrette da anni a combattere contro la moltiplicazione degli ungulati. Nel Parco naturale della Maremma alla «super pillola» si sta pensando da anni grazie a una collaborazione con l’Animal and Plant Health Agency di York, in Inghilterra, e a una ricercatrice, Giovanna Massei, che sta mettendo a punto un anticoncezionale particolarmente efficace su questi animali. Al progetto lavorano dalla Maremma anche i biologi Francesco Ferretti e Andrea Sforzi. La sperimentazione è già iniziata.
Durante la prima fase è stato costruito uno speciale dispenser, nella seconda, che inizierà tra qualche mese, si prevede l’uso del farmaco anticoncezionale vero e proprio. «Il dispenser è già stato e utilizzato con successo – spiega Enrico Giunta, direttore del Parco naturale della Maremma -. Si chiama Bos (acronimo di Board Operated System) ed è un dispositivo che funziona solo sui cinghiali. In altre parole riconosce la loro conformazione del muso e rilascia il cibo dove, in futuro, sarà inserito l’anticoncezionale».
La verifica, ripresa 24 ore su 24 da telecamere anche notturne, ha dato buoni risultati. Il Bos, un contenitore dalla vaga forma del fungo, ha funzionato bene, anche se manca ancora la “pillola”, ovvero il primo farmaco orale e le autorizzazioni sia delle autorità sanitarie statunitensi che di quelle italiani. «Contiamo di inserirlo del dispenser tra qualche mese, certamente entro il 2016», spiega Giunti. Soltanto in Toscana si stima che siano 400 mila i cinghiali, più della metà di quello che il territorio può sopportare. Così la Regione ha approvato un piano di abbattimenti selettivi.
Che però è stato contestato dalla Lav che parla di approssimazione e catture cruentissime con i cani che spesso provocano l’aumento della popolazione di ungulati e di un pericolo che la carne dei cinghiali (che è stato proposto diventi dop) diventi anche un business che creerebbe un circolo vizioso con interessi a far aumentare il numero di capi da abbattere per allargare la produzione. «E’ l’effetto rimbalzo – spiega Giacomo Bottinelli della Lav -. E’ provato scientificamente che dopo l’eliminazione dei cinghiali essi si riproducono più velocemente di prima. E anche i dati della Regione dimostrano che aumentando gli abbattimenti aumentano anche i danni. Serve invece prevenzione (togliendo le fonti di cibo a questi animali) e iniziare campagne di sterilizzazione usando anche nuovi vaccini in via di perfezionamento come quelli che saranno sperimentati in Maremma».
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Il commento è nel sommario, sotto il titolo (F.M.)
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Il commento è nel sommario, sotto il titolo (F.M.)
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da "Avvenire" 03 ottobre 2015
Il quotidiano dei vescovi da lezione ai giornalisti "ambientalisti"
Interessante servizio sulla criminalità legata alle centrali a biomassa
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