Visualizzazione post con etichetta cinghiali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinghiali. Mostra tutti i post

giovedì 21 dicembre 2017

#SusScrofa in #Puglia






150.000 Euro per "censire" i #cinghiali in tutto il territorio regionale.







Emendamento al disegno di legge di bilancio 2018 della Regione Puglia proposto dall'Assessore alle Politiche Agroalimentari e Caccia, Leo Di Gioia e dal Presidente della IV Commissione, Donato Pentassuglia.







L'Assessore alle Politiche Agroalimentari ed alla Caccia della Regione Puglia, presenta un emendamento al disegno di legge approvato dalla Giunta regionale e propone di demandare ai Commissari degli Ambiti Territoriali di Caccia (A.T.C.) ed alle Autorità di gestione delle aree protette regionali le attività propedeutiche all'elaborazione di un Piano di controllo del cinghiale. Sostanzialmente, attivare i necessari ed obbligatori monitoraggi (nel testo di parla impropriamente di "censimenti") delle popolazioni della specie Sus scrofa nel territorio regionale. Se per i monitoraggi ci vorrà troppo tempo, è possibile elaborare "stime ragionate" in "via speditiva", sulla base dei dati di abbattimento (notoriamente inattendibili perché non corrispondenti alla realtà per molto difetto) e dei danni da cinghiale denunciati.
La Regione si impegna ad incentivare, mediante contributo finanziario, analoghe attività anche nei Parchi Nazionali.
Il tutto per uno stanziamento una tantum di 150.000 Euro a carico del bilancio regionale 2018 attingendo dalle tasse di concessione venatoria per il medesimo anno.
Calcolando una superficie agro-silvo-pastorale pugliese utilizzabile per l'attività venatoria "libera" di circa 1 milione di ettari (stima arrotondata per difetto), si ha una spesa per ettaro di quasi 16 Euro. Se poi si dovessero calcolare nel computo delle superfici agro-silvo-pastorali anche le aree sottratte all'attività venatoria (oltre 300mila ettari), ne deriva che l'investimento per le attività di monitoraggio si attesta su meno di 10 Euro/ettaro.
Ma, dicono in Regione, l'importante è dare un segnale politico.



domenica 7 maggio 2017

da "Il Mattino di Padova" 06 maggio 2017 - di Cristiano Cadoni






COSI' IN #VENETO ELIMINERANNO TUTTI MA PROPRIO TUTTI I #CINGHIALI IN TRE ANNI. CERTAMENTE! SICURAMENTE! QUALUNQUEMENTE!











martedì 2 maggio 2017

Un articolo scritto nel 2014 dallo zoologo Carlo Consiglio. Ancora più che valido







Occorre abbattere i cinghiali per limitarne i danni?







Da oltre 30 anni il cinghiale arreca gravi danni all'agricoltura in tutta Europa; le autorità decretano abbattimenti, ciononostante l’ammontare dei danni  continua a crescere. Evidentemente la caccia non è un metodo efficace per prevenire o ridurre i danni. La soluzione può venire solo dalle più recenti ricerche sull'etologia e sull’organizzazione sociale dei cinghiali stessi, da cui sembra risultare che il disturbo arrecato dalla caccia causi un aumento della fertilità e quindi dei danni. Metodi efficaci sembrano essere invece le recinzioni elettriche e la pasturazione in foresta.





Il cinghiale (Sus scrofa) è diffuso in gran parte dell'Europa e dell'Asia (eccetto le parti più settentrionali). Nel 1911 il cinghiale era assente in Italia settentrionale ed aveva una distribuzione in Italia peninsulare assai ridotta (26). Il livello minimo della distribuzione si raggiunse con la seconda guerra mondiale. Negli ultimi 30 anni, l'areale del cinghiale in Italia si è più che quintuplicato. Cause di questo fenomeno sono state lo spopolamento della montagna con conseguente recupero del bosco, nonché le immissioni a scopo venatorio, che sono state fatte spesso con soggetti provenienti da allevamenti, ed anche appartenenti a sottospecie non autoctone e perfino ibridati con maiali domestici (46). È probabile che ciò abbia condotto ad un aumento della fertilità, perché è noto che gli animali domestici sono in genere più prolifici dei loro antenati selvatici, ed è quindi verosimile che anche l’ibrido tra un animale domestico ed uno selvatico, avendo caratteri intermedi, sia più prolifico dell’antenato selvatico.


IMPORTANZA DEI DANNI

I danni causati dal cinghiale sono molto rilevanti; basti considerare che, secondo Toso & Pedrotti, "sino all'80% dei fondi a disposizione delle Amministrazioni provinciali per far fronte all'impatto causato dalla fauna selvatica sulle attività antropiche di interesse economico vengono (…) annualmente destinati al risarcimento dei danni causati dal cinghiale" (46). In Francia i danni arrecati dai cinghiali nel 1982 ammontavano a 24 milioni di franchi; i danni ai cereali erano soprattutto alla semina ed allo stadio lattiginoso (48). In tutta Europa il cinghiale arreca danni all'agricoltura per oltre 80 milioni di euro all'anno (32).


STRUTTURA DI POPOLAZIONE
I cinghiali vivono normalmente in gruppi sociali (compagnie) formati da 1 a 23 individui (Dardaillon - 7) o da 4 a 34 individui (Vassant ed altri - 49). Questi gruppi sono formati da femmine dell'anno e adulte oppure solo femmine dell'anno, ed eventualmente i loro piccoli. Le femmine lasciano la compagnia al momento del parto, e la raggiungono di nuovo 2-3 settimane più tardi. La posizione dominante è occupata da una scrofa, spesso la più anziana, in ogni caso la più vigorosa (25).
Secondo uno studio svolto in Haute-Marne (Francia) da Vassant ed altri, le compagnie sono formate unicamente da femmine e dai giovani dell’anno; i giovani maschi vi restano fino alla ristrutturazione (fase di rimaneggiamento dopo le nascite). Le compagnie mostrano una grande stabilità: mai una scrofa o una giovane femmina si è integrata nelle compagnie figlie al momento della ristrutturazione. Se la scrofa conduttrice scompare (uccisa nella caccia), un’altra femmina prende la guida della compagnia. Se tutte le femmine scompaiono, i giovani restano insieme senza integrarsi in altre compagnie né accogliere cinghiali estranei. Nessun cinghiale senza parentela può integrarsi in una compagnia, nemmeno al momento della ristrutturazione, come confermato da analisi genetiche (49).
Anche Kaminski ed altri, in uno studio durato 12 anni su una popolazione della Francia orientale, hanno dimostrato che i gruppi sociali sono formati da femmine sorelle o cugine, e non contengono mai femmine non apparentate (18).
In uno studio fatto in Giappone sulla sottospecie Sus scrofa leucomistax è stato trovato invece che ogni compagnia include una sola femmina adulta (28).
I maschi di 8-9 mesi formano piccoli gruppi poco stabili, di 3-4 individui; poi diventano solitari (14) (25).


SINCRONIZZAZIONE DELL'ESTRO E DEL PARTO
Le femmine di quasi tutti gli ungulati europei o sono monoestre o hanno un breve periodo di estri ripetuti. Unica eccezione è il cinghiale nelle cui femmine il periodo fertile può talora estendersi a tutto l'anno (1).
Delcroix ed altri hanno tenuto due gruppi di cinghiali femmine in recinti in condizioni seminaturali, in presenza o in assenza di maschi. Nel gruppo con presenza di un maschio tutte le femmine adulte partorivano entro 4-6 giorni. Nel gruppo senza maschi tutte le femmine mostravano un aumento del progesterone nella stessa settimana (8). Il fatto che i piccoli di uno stesso gruppo siano in genere allo stesso stadio di sviluppo conferma che si ha sincronizzazione dell'estro (7), (11), (14). Mauget in una popolazione che vive in ambiente naturale in Francia occidentale ha constatato una sincronizzazione delle nascite delle femmine dello stesso gruppo sociale entro 10-15 giorni (23). La sincronizzazione dell’estro tra le femmine dello stesso gruppo sociale è dovuta al rilascio di feromoni (30), (42). Si ha quindi tipicamente una riproduzione stagionale regolata dall’ormone melatonina secreta dall’epifisi o ghiandola pineale, che è a sua volta influenzata dal fotoperiodo (42). La sincronizzazione del parto tra le femmine dello stesso gruppo sociale conferma che vi è un meccanismo che causa la sincronizzazione dell'estro (17), (29). Delgado-Acevedo ed altri nei cinghiali inselvatichiti del Texas meridionale hanno trovato sincronizzazione dell’estro, che non influiva sull'accoppiamento promiscuo, con paternità multipla nel 33% delle cucciolate in 7 di 9 siti (9). Maillard & Fournier hanno affermato che le nascite in Francia meridionale sono precoci (febbraio-marzo) e “sincronizzate” nelle annate in cui le ghiande sono abbondanti (19); in realtà essi si riferivano alla distribuzione delle nascite dell’intera popolazione nell’anno, e non alla vera sincronizzazione che è un fenomeno che avviene all'interno del gruppo sociale.

Carlo Consiglio

INFLUENZA DELLA CACCIA SULLA SINCRONIZZAZIONE DELL’ESTRO

In Canton Ticino (Svizzera) Moretti ha riscontrato una perdita della sincronizzazione dell'estro in una popolazione introdotta negli anni 1980 e cacciata, con una curva delle nascite bimodale con due picchi, uno in marzo ed uno tra giugno e luglio, con le femmine che si riproducono già nel primo anno di vita in maggior misura che in una popolazione naturale; questo fatto, insieme all'abbondanza di cibo, permette di prevedere un aumento della popolazione negli anni successivi (27). Anche Apollonio ed altri affermano che negli ungulati poliestri (comprendenti anche il cinghiale), anche se tutte le femmine alla fine si riproducono, il continuo disturbo provoca il prolungamento del calore, con perdita della sincronizzazione dei parti. Essi osservano quindi che la caccia nel periodo degli accoppiamenti dovrebbe essere evitata, perché causa la dispersione dei gruppi (1). Kaminski ed altri hanno osservato che le femmine dell'anno che restavano nel gruppo sociale in cui erano nate si riproducevano assai meno spesso di quelle che lo lasciavano prima di riprodursi, con differenza statisticamente significativa (18). Secondo Meynhardt la scomparsa della scrofa conduttrice causa la disorganizzazione del gruppo, finché si formerà una nuova compagnia intorno a una scrofa che abbia saputo imporre la sua autorità (25). Ma Rosell ed altri in Spagna sostengono che i gruppi sociali continuano ad usare l'area anche dopo l'uccisione o la cattura delle femmine adulte (33). Anche se non fosse vero che la caccia disperde i gruppi sociali, è probabile che essa causi indirettamente un aumento della riproduzione e quindi dei danni, attraverso la perdita della sincronizzazione dell’estro.


INFLUENZA DELLA CACCIA SULLA RIPRODUZIONE IN GENERE
Herrero ed altri hanno confrontato due popolazioni iberiche di cinghiali, una nei Pirenei poco cacciata in foresta con molti rifugi, ed una nella Valle dell'Ebro intensamente cacciata in terreno agricolo con pochi rifugi, ambedue senza foraggiamento aggiuntivo, ed hanno trovato che nella popolazione intensamente cacciata quasi tutte le femmine restavano gravide già nel primo anno di età, mentre nella popolazione poco cacciata la maggior parte delle femmine non rimaneva gravida che nel secondo anno di età (15). Servanty ed altri in una popolazione di cinghiali pesantemente cacciata in Haute-Marne nella Francia nordorientale hanno trovato un'alta percentuale di giovani riproducentisi già nel primo anno d'età, ed un abbassamento della soglia di peso oltre la quale la riproduzione avviene (39). Gamelon ed altri in Francia nord-orientale hanno studiato una popolazione di cinghiali soggetta ad una pressione venatoria crescente per 22 anni consecutivi, trovando che le date di nascita si sono anticipate di 12 giorni durante l'intero periodo (12). Sembra quindi che la caccia provochi l’aumento della prolificità e quindi della grandezza di popolazione e dei danni. In Scania (Svezia) Thurfjell ed altri hanno osservato aumento o diminuzione dei movimenti dei cinghiali nel giorno della battuta di caccia o nella notte successiva, cosa che in teoria potrebbe avere influenza sulla riproduzione (43).
Come controprova, citiamo Cahill & Llimona, che in un parco urbano presso Barcellona, dove l'abbattimento dei cinghiali è permesso solo sul 10% della superficie, hanno osservato in un periodo di 8 anni un andamento della grandezza di popolazione abbastanza costante, con due picchi attribuiti all'abbondanza di ghiande (4).
Invece Ditchkoff ed altri, confrontando tra loro due aree in America settentrionale, una in cui i cinghiali erano sottoposti ad abbattimenti e l'altra di controllo, sebbene in quest'ultima la densità del cinghiale fosse più del 65% maggiore, non poterono rilevare alcuna differenza tra le due aree per grandezza delle cucciolate, massa ovarica, e massa e numero dei corpi lutei (10). Mauget in Francia occidentale ha osservato due stagioni di parti in alcune annate, attribuendoli all'abbondanza del cibo, con femmine che partorivano due volte nello stesso anno (23). Anche secondo Graves la presenza di una seconda stagione riproduttiva in autunno in cinghiali rinselvatichiti è legata alla disponibilità di cibo (14). Secondo Maillard & Fournier l'alta fertilità in certe annate è dovuta all'abbondanza di ghiande (19). È probabile che ambedue le cause indicate da differenti Autori (la caccia e l'abbondanza del cibo) siano efficaci a provocare un aumento della fertilità. Toïgo ed altri in uno studio durato 22 anni asseriscono che nel cinghiale non vi è compensazione tra mortalità naturale e mortalità venatoria; a differenza degli altri ungulati che massimizzano la sopravvivenza dell'adulto, il cinghiale investe di più nella riproduzione, per cui anche i mezzi per controllare le sue popolazioni devono essere differenti (45). Infine secondo Ježek l’aumentato successo riproduttivo dei cinghiali è dovuto al miglioramento climatico (17).


INFLUENZA DELLA CACCIA SULLA GRANDEZZA DELLA POPOLAZIONE

Boitani ed altri affermano che il cinghiale è una specie molto adattabile con strategia “r”, il che implica che l’espansione delle popolazioni di cinghiali in Europa non può essere controllata con i modi di caccia tradizionali (3). Toïgo ed altri in Francia hanno trovato che una popolazione pesantemente cacciata continuava ad accrescersi nonostante che la probabilità per un cinghiale di essere ucciso fosse superiore al 40% all’anno (70% per i maschi adulti) non compensata da alcuna riduzione nella mortalità naturale (44). Servanty ed altri concludono che quando una popolazione è pesantemente cacciata, aumentare la mortalità in una sola classe d’età (ad esempio solo adulti o solo giovani) può non permettere di limitare l’accrescimento della popolazione (40). Secondo Csányi la pressione venatoria è insufficiente per impedire l'accrescimento della popolazione di cinghiali; questi sono favoriti dall'aumento delle superfici forestali e dall'estensione dell'agricoltura che fornisce habitat adatto e cibo; inoltre la distribuzione sparsa dei distretti venatori fa sì che molti animali possano sfuggire verso zone dove non vengono cacciati (6).


INFLUENZA DELLA CACCIA SUI DANNI

In provincia di Siena vi sono due diversi gruppi di popolazioni di cinghiali, ambedue sottoposti alla caccia. Nella parte occidentale della provincia (Val di Farma) il cinghiale è autoctono, è molto numeroso ma ha una struttura per classi di età ben equilibrata e non causa danni gravi all'agricoltura; il cibo viene somministrato solo in estate ed in foresta. Nella parte orientale (Chianti e Val di Chiana) il cinghiale è stato introdotto a scopo venatorio, viene foraggiato liberamente, è meno numeroso ma ha una struttura sbilanciata per classi di età, con prevalenza di individui giovani, e causa gravi danni all'agricoltura (24). Sembra quindi che i danni arrecati dal cinghiale all'agricoltura dipendano dalla caccia e dalla gestione.
Secondo Boitani & Morini, in assenza di un adeguato programma di monitoraggio, eventuali interventi di prelievo potrebbero risultare inefficaci per ridurre i danni; addirittura la popolazione, sottoposta ad interventi inadeguati, potrebbe anche produrre danni maggiori (2). Secondo Marsan ed altri "un esasperato prelievo non selettivo sul cinghiale produce subito la riduzione degli effettivi, ma questa riduzione viene immediatamente compensata da un aumento del tasso di incremento utile annuo della specie; una popolazione costituita prevalentemente da animali giovani tende a produrre maggiori danni di una naturale, indipendentemente dalla sua densità" (20). Marsan ed altri dimostrano che la densità del cinghiale non è influenzata da una pesante pressione venatoria, e pertanto un aumento della pressione stessa non può ridurre i danni alle coltivazioni (21). Secondo il rapporto dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica, "la forma di caccia attualmente più utilizzata, la braccata con i cani da seguito, crea spesso una destrutturazione delle popolazioni, caratterizzate da elevate percentuali di individui giovani, responsabili di un sensibile aumento dei danni alle colture" (16). Secondo Thurnfjell ed altri, il tipo di caccia influisce sulla strategia di difesa adottata dal cinghiale (fuggire o nascondersi) e quando questo adotta la seconda sceglie un cibo che non possa essere monopolizzato, con conseguenze sui danni; inoltre, in caso di cacce al seguito, alcuni cinghiali si allontanano fino a 20 km, ed in seguito alla fuga essi utilizzano maggiormente la foresta e le colture e meno i luoghi aperti; ciò può essere dovuto a competizione con gruppi di cinghiali residenti; quindi le femmine che fuggono da cacce al seguito possono aumentare il loro uso di campi coltivati, arrecando danni (43). Infine Scillitani ed altri osservano che la caccia causa un aumento della mobilità dei cinghiali (per sfuggire alla caccia stessa) e quindi un aumento dei danni; consigliano pertanto di ridurre la pressione venatoria e soprattutto evitare battute di caccia nella stessa area a brevi intervalli di tempo (38).
Un altro tipo di danno che potrebbe essere provocato dalla caccia, specialmente quella con molti cani e battitori, è quello di una maggiore diffusione della febbre suina classica (CSF) (41).
Invece secondo le ricerche svolte in Svizzera da Geisser & Reyer gli abbattimenti sarebbero l’unico metodo efficace per ridurre i danni dei cinghiali (13).


MISURE ALTERNATIVE ALL'ABBATTIMENTO

Reimoser & Putman osservano che basse densità di ungulati non sono sempre associate con danni ridotti, né alte densità con danni elevati. Essi ribadiscono con forza che il solo controllo del numero degli ungulati può non essere efficace per ottenere una riduzione del danno e che occorre esplorare approcci alternativi quali recinzioni, foraggiamenti, metodi culturali, ed altri (32).
In Francia i repellenti chimici (odorosi e gustativi) hanno dato scarsi risultati; quelli acustici sono inefficaci. Le recinzioni elettriche invece hanno dato buoni risultati: le superfici coltivate a mais distrutte sono state 114 ettari con protezione e 246 ettari senza protezione (Vassant & Boisaubert) (48).
Secondo Santilli, le recinzioni elettriche permettono di conseguire risultati "davvero eccezionali" nella prevenzione dei danni, raggiungendo perfino il loro azzeramento; a tale scopo è opportuno che le recinzioni stesse siano disposte in maniera lineare lungo il confine tra bosco e coltivi e non circondando singolarmente ogni singola parcella coltivata; inoltre l'apposizione delle recinzioni dovrebbe essere accompagnata da un foraggiamento dissuasivo, altrimenti la recinzione non può resistere a lungo all'urto continuo e prolungato dei cinghiali in cerca di cibo, perché la corrente elettrica può dissuadere ma non sfamare (34)! In Slovenia le recinzioni elettriche per proteggere il mais dai cinghiali hanno avuto un’efficienza del 100% (51). Nel Texas le recinzioni elettriche riducevano i danni arrecati dai cinghiali al sorgo del 64% (31). Secondo Schley ed altri le recinzioni dovrebbero essere erette solo dopo la semina e quando i cereali sono allo stadio lattiginoso (37).
Vassant & Breton in Francia nord-orientale hanno ottenuto una forte diminuzione dei danni al frumento allo stato lattiginoso distribuendo mais in foresta (50). A Puechabon in Francia meridionale la distribuzione di mais a scopo dissuasivo ha permesso di ridurre i danni arrecati dai cinghiali alle vigne, permettendo di risparmiare più del 60% degli indennizzi corrisposti agli agricoltori (5). Tuttavia secondo Schley ed altri il foraggiamento supplementare dei cinghiali può essere responsabile dell'aumento della popolazione del cinghiale e quindi indirettamente dell'aumento dei danni; esso può agire in modo dissuasivo e ridurre i danni solo a quattro condizioni: 1) densità dei cinghiali inferiore a 15 individui per 1000 ettari; 2) cibo fornito solo nel periodo critico; 3) cibo sparso su una vasta area; 4) cibo fornito in foresta ad almeno 1 km dal margine della foresta (37).
Inoltre l'orzo e gli altri cereali tricomatosi, che vengono evitati dai cinghiali, dovrebbero essere piantati vicino alle foreste, mentre il mais ed i cereali non tricomatosi dovrebbero essere piantati lontano dalle foreste (37).
Anche secondo Vassant occorre impiantare le colture vulnerabili (grano e mais) a più di un chilometro dai boschi, mentre i cereali “barbuti” possono essere piantati al margine delle foreste perché assai poco consumati dai cinghiali. Il foraggiamento dissuasivo è efficace se il mais viene sparso in strisce larghe 10-20 metri, ed in quantità di 40-50 kg per chilometro, e permette di ridurre i danni ai cereali allo stato lattiginoso del 70%. Le colture dissuasive di mais in foresta sono invece troppo costose e difficili e di basso rendimento (47).
Invece secondo Geisser & Reyer recinzioni elettriche e foraggiamento in foresta sarebbero inefficaci (13).
Il trattamento del mais con repellenti è molto efficace nel ridurre drasticamente il consumo sec. Santilli ed altri (35), mentre non ha un effetto significativo nella riduzione dei danni secondo Schlageter ed altri (36).
Un altro metodo alternativo è quello della telecontraccezione, iniettando a distanza negli animali il vaccino GonaCon con un apposito fucile. Questo metodo è stato recentemente perfezionato ed ora è possibile con una sola fiala avere un effetto durevole per vari anni (22).


CONCLUSIONI

La caccia non sembra un rimedio efficace per contrastare i danni dei cinghiali all'agricoltura, anzi, attraverso la perdita della sincronizzazione dell’estro e l’aumento della fecondità, potrebbe essere considerata come una causa dei danni stessi. Metodi alternativi, quali recinzioni elettriche e foraggiamento dissuasivo, sembrano al contrario molto efficaci.


BIBLIOGRAFIA
1) Apollonio M., R. Putman, S. Grignolio & L. Bartoš 2011. Hunting seasons in relation to biological breeding seasons and the implications for the control or regulation of ungulate populations. In: M. Apollonio, R. Andersen & R. Putman (eds.), Ungulate management in Europe: Problems and practices, Cambridge University Press, London, UK: 80-105.

2) Boitani L. & P. Morini 1996. Linee guida per il controllo delle popolazioni di cinghiale in Italia. Ecosistema Italia, Settore diversità biologica WWF Italia, 22 pp.

3) Boitani L., P. Trapanese, L. Mattei & D. Nonis 1995. Demography of a wild boar (Sus scrofa L.) population in Tuscany, Italy. Gibier faune sauvage 12 (2): 109-132.

4) Cahill S. & D. Llimona 2004. Demographics of a wild boar Sus scrofa Linnaeus, 1758 population on a metropolitan park in Barcelona. In: C. Fonseca, J. Herrero, A. Luís & A. M. V. M. Soares (eds.), Wild boar research 2002, 4th International wild boar symposium, Galemys, 16 (n° especial): 37-52.

5) Calenge C., D. Maillard, P. Fournier & C. Fouque 2004. Efficiency of spreading maize in the garrigues to reduce wild boar (Sus scrofa) damage to Mediterranean vineyards. Eur. J. Wildl. Res. 50: 112-120.

6) Csányi S. 1995. Wild boar population dynamics and management in Hungary. Ibex 3: 222-225.

7) Dardaillon M. 1988. Wild boar social groupings and their seasonal changes in the Camargue, southern France. Z. Säugetierkunde 53: 22-30.

8) Delcroix I., R. Mauget & J. P. Signoret 1990. Existence of synchronization of reproduction at the level of the social group of the European wild boar (Sus scrofa). J. Repr. Fert. 89: 613-617.

9) Delgado-Acevedo J., A. Zamorano, R. W. DeYoung, T. A. Campbell, D. G. Hewitt & D. B. Long 2010. Promiscuous mating in feral pigs (Sus scrofa) from Texas, USA. Wildlife Research 37 (7): 539-546.

10) Ditchkoff S. S., D. Buck Jolley, B. D. Sparklin, L. B. Hanson, M. S. Mitchell & J. B. Grand 2012. Reproduction in a population of wild pigs (Sus scrofa) subjected to lethal control. J. Wildlife Management 76 (6): 1235-1240.

11) Eisenberg J. F. & M. Lockhart 1972. An ecological reconnaisance of Wilpattu National Park, Ceylon. Smithsonian Inst. Press, Washington, D. C.

12) Gamelon M., A. Besnard, J.-M. Gaillard, S. Servanty, E. Baubet, S. Brandt & O. Gimenez 2011. High hunting pressure selects for earlier birth date: wild boar as a case study. Evolution 65 (11): 3100-3112.

13) Geisser H. & H.-U. Reyer 2004. Efficacy of hunting, feeding, and fencing to reduce crop damage by wild boars. J. Wildlife Management 68 (4): 939-946.

14) Graves H. B. 1984. Behaviour and Ecology of Wild and Feral Swine (Sus scrofa). Journal of Animal Science 58 (2): 482–492.

15) Herrero J., A. García-Serrano & R. García-Gonzalez, 2008. Reproductive and demographic parameters in two Iberian wild boar Sus scrofa populations. Acta theriologica 53 (4): 355-364.

16) Istituto nazionale per la fauna selvatica (2002). Gli Ungulati in Italia. Status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio. Istituto nazionale per la fauna selvatica "Alessandro Chigi", 61 pp.

17) Ježek M. 2012. The influence of sex mature of wild boar to reproduction in the Czech republic. Vliv pohlavního dospívání na reprodukci prasete divokého v České Republice. Doctoral thesis. Disertační práce. Praha, 72 pp.

18) Kaminski G., S. Brandt, E. Baubet & C. Baudoin 2005. Life-history patterns in female wild boars (Sus scrofa): mother-daughter postweaning associations. Canadian Journal of Zoology 83: 474-480.

19) Maillard D. & P. Fournier 2004. Timing and synchrony of births in the wild boar (Sus scrofa Linnaeus, 1758) in a Mediterranean habitat: the effect of food availability. In: C. Fonseca, J. Herrero, A. Luís & A. M. V. M. Soares (eds.), Wild boar research 2002, 4th International wild boar symposium, Galemys, 16 (n° especial): 67-74.

20) Marsan A., L. Schenone & S. Spanò 2000. Il cinghiale in Liguria. II edizione. Regione Liguria, Struttura allevamento, caccia e pesca, 103 pp., 4 tavv.

21) Marsan A., S. Spanò & C. Tognoni 1995. Management attempts of wild boar (Sus scrofa scrofa L.): first results and ongoing researches in Northern Apennines. Ibex 3: 219-221.

22) Massei G., D. P. Cowan, J. Coats, F. Gladwell, J. E. Lane & L. A. Miller 2008. Effect of the GnRH vaccine GonaCon on the fertility, physiology and behaviour of wild boar. Wildlife Research 35: 540-547.

23) Mauget R. 1982. Seasonality of reproduction in the wild boar. In: D. J. A. Cole & G. R. Foxcroft (eds.), Control of pig reproduction, Butterworth, London: 509–526.

24) Mazzoni della Stella R., F. Calovi & L. Burrini 1995. The wild boar management in a province of the Central Italy. Ibex 3: 213-216.

25) Meynhardt H. 1986. Schwarzwild-Report. Mein Leben unter Wildschweinen. Naumann, Leipzig, 223 pp.

26) Monaco A., B. Franzetti, L. Pedrotti & S. Toso 2003. Linee guida per la gestione del cinghiale. Min. Politiche Agricole e Forestali e Istituto Naz. Fauna Selvatica, 116 pp.

27) Moretti M. 1995. Birth distribution, structure and dynamics of a hunted mountain population of wild boars (Sus scrofa L.), Ticino, Switzerland. Ibex 3: 192-196.

28) Nakatani J. & Y. Ono 1994. Social Groupings of Japanese Wild Boar Sus scrofa leucomystax and their Changes in the Rokko Mountains. Journal of the Mammalogical Society of Japan 19 (1): 45-55.

29) Oliver W. & K. Leus 2011. Sus scrofa. IUCN Red List of threatened species, version 2011.2, 6 pp.

30) Pearce, G. P. & A. N. Pearce 1992. Contact with sow in oestrus or a mature boar stimulates the onset of oestrus in weaned sows. Vet. Rec. 130: 5-9.

31) Reidy M. M., T. A. Campbell & D. G. Hewitt 2007. Evaluation of electric fencing to inhibit feral pig movements. J. Wildlife Management 72 (4): 1012-1018.

32) Reimoser F. & R. Putman 2011. Impacts of wild ungulates on vegetation: costs and benefits. In: R. Putman, M. Apollonio & R. Andersen, Ungulate management in Europe: problems and practices, Cambridge University Press, Cambridge: 144-191.

33) Rosell C., F. Navás, S. Romero & I. de Dalmases 2004. Activity patterns and social organization of wild boar (Sus scrofa, L.) in a wetland environment: preliminary data on the effects of shooting individuals. In: C. Fonseca, J. Herrero, A. Luís & A. M. V. M. Soares (eds.), Wild boar research 2002, 4th International wild boar symposium, Galemys, 16 (n° especial): 157-166.

34) Santilli F. 2002. I danni da cinghiale. In: F. Santilli, L. Galardi, P. Banti, P. Cavallini & L. Mori, La prevenzione dei danni alle colture da fauna selvatica, gli ungulati: metodi ed esperienze, Arsia, Firenze: 9-18.

35) Santilli F., L. Galardi & C. Russo 2005. Corn appetibility reduction in wild boar (Sus scrofa L.) in relationship to the use of commercial repellents. Annali Fac. Med. Vet. 58: 213-218.

36) Schlageter A. & D. Haag-Wackernagel 2012. A gustatory repellent for protection of agricultural land from wild boar damage: an investigation on effectiveness. Journal Agricultural Science 4 (5): 61-68.

37) Schley, L., M. Dufrene, A. Krier & A. C. Frantz 2008. Patterns of crop damage by wild boar (Sus scrofa) in Luxembourg over a 10-year period. European Journal of Wildlife Research 54 (4): 589–599.

38) Scillitani L., A. Monaco & S. Toso 2010. Do intensive drive hunts affect wild boar (Sus scrofa) spatial behaviour in Italy? Some evidences and management implications. European Journal of Wildlife Research 56 (3): 307–318.

39) Servanty S., J.-M. Gaillard, C. Toïgo, S. Brandt & E. Baubet 2009. Pulsed resources and climate-induced variation in the reproductive traits of wild boar under high hunting pressure. J. Animal ecology 78 (6): 1278-1290.

40) Servanty S., J.-M. Gaillard, F. Ronchi, S. Focardi, É. Baubet & O. Gimenez 2011. Influence of harvesting pressure on demographic tactics: implications for wildlife management. J. Applied Ecology 48 (4): 835-843.

41) Sodeikat G. & K. Pohlmeyer 2002. Temporary home range modification of wild boar family groups (Sus scrofa L.) caused by drive hunts in Lower Saxony (Germany). Z. Jagdwiss. 48 (Supplement): 161-166.

42) Tast A. 2002. Endocrinological basis of seasonal infertility in pigs. Academic Dissertation, Helsinki, 69 pp.

43) Thurfjell H., G. Spong & G. Ericsson 2013. Effects of hunting on wild boar Sus scrofa behaviour. Wildlife Biology 19 (1): 87-93.

44) Toïgo C., S. Servanty, J.-M. Gaillard, S. Brandt & E. Baubet 2008. Disentangling natural from hunting mortality in an intensively hunted wild boar population. J. Wildlife Management 72 (7): 1532-1539.

45) Toïgo C., S. Servanty, J.-M. Gaillard, S. Brandt & É. Baubet 2010. Mortalité naturelle et mortalité liée à la chasse: le cas du sanglier. Faune Sauvage 288: 19-22.

46) Toso S. & L. Pedrotti 2001. Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. Quad. Cons. Natura, Ministero Ambiente e Istituto Nazionale Fauna Selvatica, 3: 61 pp.

47) Vassant J. 1994. Les techniques de prévention des dégâts de sangliers. Bull. mensuel ONC 1994 (191): 90-93.

48) Vassant J. & B. Boisaubert 1984. Bilan des expérimentations entreprises en Haute-Marne pour réduire les dégâts de sangliers (Sus scrofa) à l’encontre des cultures agricoles. In: F. Spitz & D. Pépin (eds.), Symposium international sur le sanglier, Colloques de l’INRA 22, Toulouse, France, 24-26 avril 1984: 187-199.

49) Vassant J., S. Brandt, É. Nivois & É. Baubet 2010. Le fonctionnement des compagnies des sangliers. Faune sauvage 288: 8-13.

50) Vassant J. & D. Breton 1986. Essai de réduction des dégâts de sangliers (Sus scrofa scrofa) sur le blé (Triticum sativum) au stade laiteux par distribution de maïs (Zea mais) en forêt. Gibier Faune Sauvage 3: 83-95.

51) Vidrih M. & S. Trdan 2008. Evaluation of different designs of temporary electric fence systems for the protection of maize against wild boar (Sus scrofa L., Mammalia, Suidae). Acta agriculturae slovenica 91 (2): 343-349.

domenica 11 dicembre 2016

Nel territorio di Reggio Emilia - da "La Gazzetta di Reggio" dell'11 dicembre 2016





Cinghiali all'incenerimento dopo la braccata





Questo il risultato di una battuta al cinghiale in Emilia. Dei 19 capi abbattuti, la ASL ne ha mandati all'incenerimento 13. Solo 6 sono stati portati via dai cacciatori che avevano lasciato i capi abbattuti abbandonati in aree poco raggiungibili e per troppo tempo, determinando il deperimento delle carni.
L'esperienza dovrebbe servire a tutti coloro che si danno un gran daffare per cominciare a mettere mano alla carabina e abbattere quanti più cinghiali possibile anche in Puglia.






domenica 25 ottobre 2015

Ancora sull'immissione di cinghiali da parte dei "cacciatori" - da "Gruppo di discussione italiano sulla ricerca faunistica" vertebrati@liste.cilea.it






Cinghiali allevati per la caccia sotto casa. #2
Una riflessione di Giuseppe Bogliani*.







Giuseppe Bogliani
Se, come me, vi siete chiesti più volte: “poiché il cinghiale si era estinto in gran parte delle foreste europee con la diffusione delle armi da fuoco ad avancarica, come mai non si riesce a ridurne drasticamente il numero o a eradicarlo oggi, quando agiscono squadre dotate di armi ben più efficienti, di radioriceventi, di mezzi fuoristrada, di cani addestrati, in aree ad agricoltura intensiva nelle quali le aree di rifugio sono isolate e per nulla impenetrabili?”.
Succede per esempio nell’Oltrepo Pavese collinare, occupato in gran parte da vigneti intensivi, con pochi boschi sparsi; oppure in Lomellina, area di risicoltura intensiva con pochissime aree boschive, in gran parte aree protette.
Giaggiolo siberiano (Iris sibirica)
Un pensiero maligno lo avevo fatto più volte, soprattutto sentendo i racconti di alcuni conoscenti e consapevole dello “spessore” etico e tecnico di taluni “gestori” locali della fauna.
La presenza del cinghiale in zone intensamente coltivate, densamente abitate e solcate da strade, sta creando vari problemi in termini di danni a coltivazioni (vigneti, risaie) e rischio per le persone (quotidiani gli incidenti stradali). Aggiungo che il danno ad alcune specie vegetali e a parte della mesofauna del suolo è localmente gravissimo (pressocché estinta la popolazione un tempo localmente comune di Iris sibirica; danneggiate molte delle 38 specie di orchidee della zona); ma di quest’ultimo aspetto non importa nulla a nessuno.
Oggi il quotidiano locale da’ la notizia che mi aspettavo: la polizia provinciale (in verità sono i benemeriti agenti caccia e pesca in fase di smantellamento), hanno localizzato quattro allevamenti in un’area fra le più interessanti per i vigneti DOC dello spumante. A parte il "buon gusto" di sparare da altane ad animali in recinto (leggete la descrizione), sono state accertate liberazioni deliberate di animali “pronta caccia” anche fuori dai recinti.
Questo conferma la mia idea: se si vuole eliminare il cinghiale dalle zone non vocate, occorre vietarne la caccia in modo totale in quelle aree e affidare l’abbattimento alle sole guardie provinciali. Niente selecontrollori, altrimenti la giostra ricomincia a girare come ora.

________________________

* Professore Associato di Zoologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente dell'Università degli Studi di Pavia

da "La Provincia Pavese" -  24 ottobre 2015




Cinghiali allevati per la caccia sotto casa. #1

Ecco chi crea i problemi.




Allevamenti abusivi che hanno portato i cinghiali in zone in cui un tempo erano sconosciuti, come la Lomellina. 





Quattro allevamenti abusivi di cinghiali scoperti dalla polizia provinciale, che ha denunciato i proprietari. A quanto sembra uno degli allevamenti era addirittura una riserva di caccia privata a pagamento: come nei laghetti per la pesca sportiva. I quattro recinti sono stati trovati nei territori comunali di Canneto Pavese, Montesegale, Stradella e Rocca dè Giorgi. Quest’ultimo, in particolare, aveva tutte le caratteristiche della riserva di caccia privata, a cominciare dall’estensione: sei ettari e mezzo. Gli uomini del comandante Mauro Maccarini nei giorni scorsi hanno effettuato una serie di controlli mirati a verificare l’esistenza di recinti illegali di animali selvatici, in particolare ungulati (come i cinghiali e i caprioli). Durante il blitz gli agenti hanno trovato quattro recinti irregolari, sequestrando 20 cinghiali. I proprietari dei recinti sono stati denunciati alla procura di Pavia per violazione delle leggi sul commercio di specie animali e vegetali in via di estinzione, e per violazione delle norme per la commercializzazione e detenzione di esemplari di mammiferi e rettili che possono costituire un pericolo per la salute e l’incolumità pubblica. Reati che vengono sanzionati con importi che variano da un minimo di 15 mila euro a un massimo di 300 mila euro. In due dei recinti sequestrati gli agenti hanno trovato delle gabbie-trappola: un mezzo di caccia non consentito. I proprietari hanno ricevuto una multa di 1549 euro, con denuncia penale, cui è stata aggiunta un’altra violazione penale per «caccia in periodo di divieto generale». In questo ultimo caso le ammende vanno da un minimo di 929 euro a un massimo di 2582 euro. Altre sanzioni sono state elevate per violazione del regolamento regionale sugli allevamenti di fauna selvatica. «Questi allevamenti abusivi - spiegano le associazioni ambientaliste - sono uno dei motivi che hanno portato i cinghiali in zone in cui un tempo erano sconosciuti, come la Lomellina. Sono alcuni cacciatori poco scrupolosi a
Altana per la caccia in Veneto
immetterli in modo illegale sul territorio, per poter andare a caccia vicino a casa. E’ un business redditizio. I cinghiali sono molto fertili: una femmina può fare 12 piccoli all’anno. Con tre coppie di cinghiali dopo un anno possiamo avere più di 40 esemplari. Tutti sanno che questi animali non sono destinati alla macellazione in proprio». La legge vieta di allevare cinghiali per immetterli sul territorio. Le gabbie sequestrate quindi servivano per catturare cinghiali nel territorio e portarli negli allevamenti, dove farli riprodurre. La caccia al cinghiale si fa in due modi: con le squadre e i cani (al massimo 15 cacciatori) o in altana (una specie di torretta, per sparare agli ungulati dall’alto). Nel recinto di Rocca de Giorgi, un boschetto con un’estensione pari a una decina di campi da calcio, c’erano diverse altane: segno inequivocabile del fatto che la caccia veniva praticata lì dentro, da cacciatori che pagavano per farlo.

sabato 17 ottobre 2015

da "Il Messaggero - ed. Rieti" - 17 ottobre 2015





Ecco che cosa succede "spingendo" la caccia ai cinghiali





Soluzioni affrettate contro l"emergenza cinghiali" e disorganizzazione delle strutture sanitarie veterinarie, rischiano di mettere a repentaglio la salute pubblica.







giovedì 15 ottobre 2015

da "La Nuova Sardegna" 15 ottobre 2015




Cinghiali: in Sardegna nuove regole sanitarie per il prelievo venatorio. Altre Regioni dormono (Puglia compresa).




L'unica forma di caccia consentita è quella della "compagnia di caccia". Ma il provvedimento non è del settore caccia ma di quello sanitario per l'eradicazione della peste suina. La questione, però, non è compresa in gran parte d'Italia.





domenica 11 ottobre 2015

da "la Repubblica - ed. Bologna" - 11 ottobre 2015




Ecco dove vogliono arrivare i cacciatori che chiedono il selecontrollo del cinghiale




Il Presidente del Parco Naturale Regionale dei Gessi bolognesi, in Emilia-Romagna, minacciato di morte per aver limitato il numero di selecontrollori nell'area protetta.




sabato 3 ottobre 2015

dal "Corriere della Sera" - 01 ottobre 2015 - di Marco Gasperetti




Cinghiali: meno fucili più chimica




Si torna a parlare delle pillole anticoncezionali per gli ungulati. Nel Parco Naturale Regionale della Maremma ci stanno provando. Ma i rischi sono alti per altre specie, tra cui anche l'uomo



E se l’invasione dei cinghiali fosse fermata senza fucili ma con una pillola anticoncezionale? Sarebbe una panacea, non solo per l’etica animalista, ma anche per il territorio, l’ambiente e probabilmente per il budget delle regioni costrette da anni a combattere contro la moltiplicazione degli ungulati. Nel Parco naturale della Maremma alla «super pillola» si sta pensando da anni grazie a una collaborazione con l’Animal and Plant Health Agency di York, in Inghilterra, e a una ricercatrice, Giovanna Massei, che sta mettendo a punto un anticoncezionale particolarmente efficace su questi animali. Al progetto lavorano dalla Maremma anche i biologi Francesco Ferretti e Andrea Sforzi. La sperimentazione è già iniziata.

Durante la prima fase è stato costruito uno speciale dispenser, nella seconda, che inizierà tra qualche mese, si prevede l’uso del farmaco anticoncezionale vero e proprio. «Il dispenser è già stato e utilizzato con successo – spiega Enrico Giunta, direttore del Parco naturale della Maremma -. Si chiama Bos (acronimo di Board Operated System) ed è un dispositivo che funziona solo sui cinghiali. In altre parole riconosce la loro conformazione del muso e rilascia il cibo dove, in futuro, sarà inserito l’anticoncezionale».

La verifica, ripresa 24 ore su 24 da telecamere anche notturne, ha dato buoni risultati. Il Bos, un contenitore dalla vaga forma del fungo, ha funzionato bene, anche se manca ancora la “pillola”, ovvero il primo farmaco orale e le autorizzazioni sia delle autorità sanitarie statunitensi che di quelle italiani. «Contiamo di inserirlo del dispenser tra qualche mese, certamente entro il 2016», spiega Giunti. Soltanto in Toscana si stima che siano 400 mila i cinghiali, più della metà di quello che il territorio può sopportare. Così la Regione ha approvato un piano di abbattimenti selettivi.

Che però è stato contestato dalla Lav che parla di approssimazione e catture cruentissime con i cani che spesso provocano l’aumento della popolazione di ungulati e di un pericolo che la carne dei cinghiali (che è stato proposto diventi dop) diventi anche un business che creerebbe un circolo vizioso con interessi a far aumentare il numero di capi da abbattere per allargare la produzione. «E’ l’effetto rimbalzo – spiega Giacomo Bottinelli della Lav -. E’ provato scientificamente che dopo l’eliminazione dei cinghiali essi si riproducono più velocemente di prima. E anche i dati della Regione dimostrano che aumentando gli abbattimenti aumentano anche i danni. Serve invece prevenzione (togliendo le fonti di cibo a questi animali) e iniziare campagne di sterilizzazione usando anche nuovi vaccini in via di perfezionamento come quelli che saranno sperimentati in Maremma».

_____________________________

Il commento è nel sommario, sotto il titolo (F.M.)
 

domenica 20 settembre 2015

da "Associazione Italiana Wilderness - A.I.W.



Zunino: "sparare a vista ai cinghiali, anche nei Parchi!"



Per il Presidente dell'A.I.W. non serve un Commissario, come proposto da Ermete Realacci, ma dare il via libera ai cacciatori anche nei Parchi. 


 

Scrive Franco Zunino, Direttore generale dell'Associazione Italiana Wilderness (A.I.W.), in merito al problema "cinghiali" in Italia: "Non volendo operare e cercando tutte le scappatoie per tergiversare, ecco che tanto per tirare le cose per le lunghe, uno dei politici e leader animalisti ed anticaccia, ha proposto un Commissario straordinario per il problema del cinghiale. Così il problema non si risolverà ma per intanto sarà creata una nuova poltrona da occupare politicamente! Siamo proprio italiani!

La bella pensata è del Presidente della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, già leader e/o sostenitore di una campagna referendaria contro la caccia.

Caro Realacci, un Commissario straordinario si nomina quando da anni non si riesce a risolvere un problema, pur avendole provate tutte; ad esempio, servirebbe per salvare l’Orso marsicano (vanamente proposto e dalla scrivente Associazione e dallo stesso ex Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo), ma non certo per il cinghiale, visto che basterebbe liberalizzare al massimo la caccia all’animale, consentendola anche dentro ai Parchi e alle Oasi almeno per un periodo di uno o due anni, ed il problema si risolverebbe. Ma è troppo facile, quindi sicuramente si studieranno tutti quegli inutili metodi che non hanno mai risolto nulla, e per contenere cinghiali e per contenere altre specie animali!

Pertanto, mettere prima dei paletti, stabilire delle regole, fare degli studi, creare della burocrazia, ed allora: voilà un bel Commissario straordinario! Affinché l’opinione pubblica che sta subendo danni sia calmierata e… tutto resti come prima!

Franco Zunino
Che di cinghiali ce ne siano più di un milione lo hanno scoperto adesso: fino a ieri hanno fatto di tutto per evitare provvedimenti risolutivi, con recinzioni elettriche e metodi anticoncezionali, catture per abbattere poi (ipocritamente!) gli animali nei macelli. Al risolutore venatorio invece, vita difficile: con leggi, laccioli, limitazioni delle aree di caccia, iscrizione ad albi o liste varie con tanto di tasse da pagare, metodi di caccia da cambiare, blocco dei calendari venatori, ecc. Ora scoprono l’emergenza, ed anziché risolverla, vogliono continuare a farlo in modo “serio e scientifico”: ovvero, leggasi mettendo i bastoni tra le ruote a chiunque voglia risolvere il problema con senso pratico. Realacci porta ad esempi ciò che è stato fatto finora in alcuni Parchi, ovvero ben poco, perché i metodi sono talmente costosi, farraginosi e lenti, che mentre catturano un cinghiale, la popolazione cresce di due: hanno creato un business, un lavoro!

Al solito si pensa sempre di prendere per i fondelli l’opinione pubblica, di risolvere i problemi con proclami o cambiando nome alle cose!

Non cambierà mai nulla in questo Pase fino a quando queste persone (sempre le stesse!) saranno a capo degli organismi che dovrebbero risolvere i problemi. Sicuramente si troverà modo di richiedere sovvenzioni europee per procedere intanto con gli ennesimi, inutili studi di fattibilità (ma qualche amico ne sarà certamente incaricato: poi ci verranno a magari a dire che ce lo chiede l’Europa!).

E poi, ci dice invece Realacci, ecco, la soluzione: la ricerca di “una specie antagonista” (leggasi il Lupo, che a suo volta è già un problema di suo ma che, come per il cinghiale, ci si rifiuta di riconoscere come tale: e quando sarà, magari ci proporranno un altro commissario!). E il fucile no? gli vorrei dire, come da anni si fa da altre parti di fronte a problemi similari? Certo, la questione è che da altre parti il problema lo vogliono risolvere, non solo cavalcare!".

_________________________________________

Zunino, da buon amante della pratica venatoria, si lascia andare ed indica nel coinvolgimento dei cacciatori nelle aree naturali protette, l'unico modo per fronteggiare l'armata di cinghiali (neanche fosse l'Isis) nel nostro Paese. Zunino evita con cura di occuparsi prima di tutto dei territori al di fuori delle aree naturali protette per concentrarsi su una formula che non regge se non come soluzione residuale e di finitura delle operazioni di cattura e, in questo modo, di prelievo selettivo dei cinghiali. La spinta formidabile che in questo periodo le associazioni venatorie stanno esercitando sui livelli politici nazionali, regionali e locali, fa perdere lo ben dell'intelletto. La verità sta nella dolosa sciagurata scelta dei cacciatori di inondare il Paese con ripopolamenti di cinghiali anche laddove si sapeva perfettamente non si sarebbe potuto procedere con "stermini di massa". Si sono spesi soldi pubblici, si sono violate norme di tutela della biodiversità e sanitarie per far divertire un manipolo, si direbbe a Bari, di "squagghiasole" (squagliasole) ed ora la questione sarebbe diventata un'emergenza! E, come si sa, dietro ogni emergenza si nasconde la frode, l'inganno, la negazione del diritto di conoscenza dei fatti e degli atti. Le Regioni, per esempio la Puglia che finora è vissuta nell'illusione della terra dei Parchi e della tutela della biodiversità (ma quando?), si attrezzino per gestire il problema secondo il diritto e la legalità, lasciando alle aree naturali protette la gestione della questione nei propri confini e concentrandosi, invece, nei territori al di fuori di esse. Ma per far questo ci vuole conoscenza, intelligenza, capacità di decisione, rispetto del diritto. Ho la sensazione di chiedere molto, forse troppo. (F.M.)

La posizione del WWF Italia sull'espansione delle popolazioni di cinghiale



Coinvolgere gli agricoltori nelle catture e sostenere le misure di prevenzione



La principale associazione protezionista italiana chiede che la "questione cinghiali" venga affrontata a livello nazionale unificando banche dati relative a indennizzo danni, capi immessi dagli A.T.C. e monitoraggi delle popolazioni.



Nell’esprimere il cordoglio alla famiglia delle vittime del tragico episodio in Sicilia il WWF Italia sottolinea come quella dei cinghiali sia un'emergenza nota e denunciata da anni di cui però mancano i dati reali su consistenza della popolazione, distribuzione, danni all’agricoltura.

Con lo spopolamento delle montagne e delle campagne sta aumentando in questi anni la fauna selvatica che fatica a trovare un equilibrio naturale, vista la carenza di predatori.
I grossi predatori, prima di tutto i lupi, che svolgono il ruolo di tenere sotto controllo le specie onnivore (come i cinghiali) e erbivore (come cervi e daini) non riescono a tenere contenere alcune specie come i cinghiali che hanno alti tassi di riproduzione.

Per gestire questa situazione dati scientifici certi sono la base per affrontare il problema.
Il WWF propone che si affidi all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA la gestione di una banca dati sul cinghiale e sui danni all'agricoltura in collaborazione con le Regioni, al fine di identificare le aree più critiche e vulnerabili e per pianificare su basi scientifiche il controllo delle popolazioni.

La gestione del cinghiale è competenza delle Regioni e delle Province nell'ambito della gestione faunistico venatoria ma ora non esiste una banca dati nazionale sul censimento della specie, come non sono noti i ripopolamenti che in alcune aree continuano ad essere effettuati dagli ATC (ambiti territoriali di caccia). Né sono quantificati i danni rilevanti provocati alle coltivazioni visto che anche in questo caso non esiste una banca dati nazionale.

Il WWF inoltre chiede che sull'emergenza cinghiali intervengano Ministero politiche agricole, ministero Ambiente insieme alla conferenza delle Regioni, con un decreto che faciliti il coinvolgimento degli agricoltori nella gestione delle catture e favorisca la promozione di filiere per la commercializzazione e trasformazione delle carni in modo legale.

Un cinghiale all'uscita di una gabbia di cattura
© F.Cianchi/WWF
Il decreto dovrebbe essere concertato dal Ministero politiche agricole e dal ministero Ambiente insieme alla conferenza delle Regioni e prevedere la possibilità per gli agricoltori che gestiscono le catture di trattenere e commercializzare gli esemplari catturati a parziale compenso del servizio fornito per il controllo. Inoltre occorre fornire agli agricoltori i recinti e trappole di cattura in comodato gratuito prevedendo un compenso per la gestione nell'ambito dell'applicazione degli articoli 14 e 15 del Dlgs 221 del 2001 (Legge orientamento in agricoltura)

I CINGHIALI IN ITALIA
In Italia come in tutta Europa esiste una sola specie di cinghiale, nome scientifico Sus scrofa.
Non ci sono quindi cinghiali alloctoni e autoctoni. Pur essendo vera l'immissione in natura nel nostro paese negli anni '60 del secolo scorso di cinghiali dei Carpazi, i cinghiali presenti in Italia sono dopo varie generazioni perfettamente adattati alle caratteristiche dei nostri habitat.
Le dimensioni e la prolificità del cinghiale possono variare molto in relazione alle caratteristiche degli habitat presenti. I cinghiali che vivono in boschi di querce o faggi in Appennino sono tendenzialmente più grandi dei cinghiali presenti nella macchia mediterranea.
  • Crescita esponenziale della specie
Il tasso riproduttivo del cinghiale può variare nel corso degli anni dal 100% al 200% in relazione all'andamento climatico in inverno ed estate ed alle disponibilità di cibo.
Una scrofa può partorire anche due volte in un anno, con oltre 10 piccoli a parto.
In un anno il numero dei cinghiali in una definita area può quindi potenzialmente raddoppiare o triplicare.

In condizioni naturali la disponibilità di cibo può essere un fattore limitante per la crescita della popolazione (il cinghiale è un onnivoro con grandi capacità di adattamento e versatile). L'agricoltura diffusa nel nostro paese anche in territori rurali marginali rende disponibile una grande quantità di cibo a costi energetici molto bassi per il cinghiale.

L'unico predatore naturale del cinghiale è il lupo, ma la popolazione di questo predatore in Italia (1.000 - 1.500 esemplari) non è in grado di condizionare in modo rilevante la dinamica della popolazione del cinghiale (un lupo può prelevare circa 200 cinghiali / anno per la sua alimentazione).
  • Carenza di dati
La gestione del cinghiale è competenza delle Regioni e delle Province nell'ambito della gestione faunistico venatoria. Non esiste una banca dati nazionale sul censimento della specie, come non sono noti i ripopolamenti che in alcune aree continuano ad essere effettuati dagli ATC (ambiti territoriali di caccia). Il cinghiale provoca danni rilevanti alle coltivazioni ma anche in questo caso non esiste una banca dati nazionale.

giovedì 10 settembre 2015

Cinghiali, ancora cinghiali


Un commissario ad acta per eliminare cinghiali nei Parchi Nazionali?



Secondo Ermete Realacci ed Enrico Borghi (PD) gli Enti gestori di alcune aree naturali protette non sono in grado di affrontare la questione. Ma il commissariamento non sembra la strada giusta.



Scrive Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera , sul suo sito (www.ermeterealacci.it): “La grande proliferazione della fauna selvatica e in particolare dei cinghiali, che secondo stime Ispra hanno ormai superato il milione di esemplari, sta causando danni ingenti alle colture agricole e anche alcuni gravi incidenti all’uomo. La situazione ha assunto di fatto dimensioni e caratteristiche di una vera e propria emergenza, da superare avendo
Ermete Realacci
come bussola la gestione degli equilibri ecologici. In particolare i nostri Parchi Nazionali, che hanno strumenti in più rispetto al resto del territorio per governare questo fenomeno con rigore, sono le istituzioni che meglio si possono candidare ad affrontare il problema in modo serio e scientifico. Sono diversi i Parchi Nazionali che già attuano con successo ed efficacia le linee guida dell’Ispra per la gestione del cinghiale mentre altri, pur avendo a disposizione risorse, le hanno implementate in maniera parziale e insufficiente. Per questo ho presentato insieme al collega Borghi un’interrogazione parlamentare al ministero dell’Ambiente per invitare il Ministro Galletti a nominare un commissario ad acta per affrontare la questione della proliferazione incontrollata dei cinghiali anche in quei Parchi Nazionali che non stanno provvedendo alla gestione del problema”,
“Questo – prosegue Realacci - per ottenere il pieno contributo dei Parchi Nazionali alla risoluzione di un problema che va ben oltre i confini e le competenze degli stessi e che, interessando gran parte del nostro territorio, chiama in causa anche la responsabilità di altri enti ed istituzioni. Come testimoniato anche dal recente allarme di Coldiretti, Cia e Confagricoltura sui danni causati all’agricoltura dalla fauna selvatica, il cinghiale rappresenta la parte preponderante del problema viste le sue caratteristiche, le sue abitudini alimentari e l’assenza di una specie animale antagonista. È bene
ricordare, infatti, che negli Anni Sessanta a seguito della loro estinzione e per favorire la caccia, i cinghiali furono reintrodotti in massa con esemplari dei Carpazi, più forti e prolifici, di maggiori dimensioni e conseguentemente con impatto sull'ambiente più alto rispetto ai cinghiali nostrani”.
Il testo dell'interrogazione è reperibile all'indirizzo internet: http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/10286&ramo=CAMERA&leg=17.
______________________________________________

Vien da commentare l'iniziativa del Presidente Realacci. Giusto due parole. Che senso ha chiedere al Ministro dell'Ambiente di nominare commissari ad acta per sopperire all'inazione di alcuni Enti Parco Nazionali in materia di gestione dei cinghiali e della fauna selvatica in genere? Lo strumento del commissariamento è stato abusato in passato e non ha prodotto alcun miglioramento negli Enti Parco che ne sono stati oggetto. Parliamo dei commissariamenti per fatti gravi e per illegittimità prodotte dagli stessi. Anzi, i commissariamenti, a volte, nascondevano altro. Poi, ci sono stati i commissariamenti non determinati da cattivi comportamenti degli Enti Parco ma da semplici beghe di potere, da nomine che non si riuscivano a fare. Pessimo esempio di gestione della cosa pubblica, stigmatizzata dalla Corte dei Conti in modo forte e chiaro. Insomma, i commissariamenti non portano mai buone cose. Le emergenze, quasi sempre dichiarate, quasi mai dimostrate, non portano buone cose. Non portano soluzioni ma altri problemi. Ed i cinghiali, non sono un'emergenza: sono un problema determinato dal mondo venatorio, che deve essere affrontato come lo stanno affrontando con caparbietà, legalità ed efficacia, molti Enti Parco. Anziché nominare commissari ad acta, quindi, è necessario che gli Enti Parco si confrontino costantemente tra loro e con il Ministero dell'Ambiente (ma anche con quello della Salute) . E' necessario che il Ministero dell'Ambiente verifichi se e quali Regioni hanno un corredo normativo in grado di affrontare il problema. E' necessario che le autorità sanitarie locali sappiano in che cosa consiste il problema, senza andar dietro a interpretazioni normative di questo o quel Regolamento comunitario. E' necessario che le pubbliche amministrazioni parlino tra loro, comunichino buone pratiche ed errori, che si confrontino, subito, con chiarezza e che si metta mano, se del caso, a norme e procedure per gestire il fenomeno cinghiali. E' necessario organizzarsi. Solo questo. Gli atti si producono senza i commissari.

sabato 5 settembre 2015

Intervento del Consigliere regionale Mario Conca (M5S)



Cinghiali e Parco Nazionale dell'Alta Murgia



Il problema resta quello della poca informazione. Si considera un fenomeno naturale un'emergenza con tutto quel che ne consegue mentre fino ad ora la Regione non ha mosso un dito. Si spera in Emiliano.



Il Consigliere regionale pugliese, Mario Conca del Movimento 5 Stelle, interviene, con il comunicato che pubblichiamo di seguito, sulla questione della presenza di cinghiali nel territorio del Parco Nazionale dell'Alta Murgia, dopo aver partecipato ad un incontro sul tema organizzato dallo stesso Ente Parco a Ruvo di Puglia nel pomeriggio di mercoledi 9 settembre. Nel comunicato, Conca coglie nel segno quando chiama alla responsabilità i vertici della Regione Puglia che, su questo tema, ancora non si sono espressi. Certo, non si può addebitare alla Giunta "Emiliano" alcunché su questo argomento, mentre molto si può e si deve addebitare ai vertici politici ed amministrativi delle scorse legislature che, pur investiti della questione dallo stesso Ente Parco e dalla Prefettura di Bari, e pur avendo ricevuto tutta la collaborazione possibile, sono rimasti inerti. Speriamo che la situazione sia recuperabile.

Mario Conca
"Un numero inverosimile di cinghiali selvatici, si parla di circa 4 mila esemplari, popola, dagli inizi degli anni 2000, la zona del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Una specie non autoctona la cui massiccia presenza configura da anni una stangata per coltivatori ed operatori economici del territorio, se si considera che puntualmente svariate tipologie di raccolto (leguminose, mandorle, frutta) vengono ogni anno compromesse e fabbricati come muretti a secco o recinzioni danneggiati.
“La condizione vissuta dagli agricoltori dell’Alta Murgia, in relazione alla invasiva presenza di un numero spropositato di cinghiali, è senza dubbio drammatica – dichiara il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Mario Conca. Che sottolinea: “Più preoccupante è tuttavia il pericolo che le mandrie di suidi costituiscono per la pubblica incolumità. Non penso solo agli incidenti stradali o ai problemi di viabilità, un recente episodio di cronaca ci ricorda che disgraziatamente si può anche morire sbranati dall’animale”.
Mercoledì si è tenuto un incontro a Ruvo (foto in allegato), presso gli uffici del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, per discutere ed affrontare il problema alla presenza del presidente Cesare Veronico, di alcuni dirigenti dell’Ente, dell’associazione Coscienza collettiva, degli imprenditori agricoli, delle istituzioni locali e dello stesso consigliere Mario Conca che tuttavia specifica: “Solo un intervento della Regione Puglia potrà definitivamente risolvere il problema perché, se è pur vero che l’Ente Parco ha già catturato diverse decine di esemplari con l’ausilio di gabbie, ancora tantissimi sono quelli che occupano la zona e, per fondi necessari e competenze territoriali che potrebbero valicare quelle dei confini del Parco, solo il governo regionale può essere in grado di affrontare efficacemente e soprattutto in maniera risolutiva la questione".
"Chiederò pertanto al Presidente Michele Emiliano ed all’Assessore competente Di Gioia - conclude - di attivare il prima possibile un tavolo tecnico che coinvolga l’Ente Parco, le istituzioni locali e i rappresentanti degli agricoltori e dei cittadini dell’Alta Murgia e verificheremo se la Regione si prenderà le proprie responsabilità nel risolvere un sentito problema che da tempo affligge la comunità murgiana".

sabato 29 agosto 2015

M5S in Sicilia: il Parco delle Madonie avrebbe potuto ridurre il numero dei cinghiali


L'Ente Parco siciliano non avrebbe mai attuato i piani di cattura già predisposti. Sembra che la mancata attuazione avrebbe favorito il ricorso al metodo della braccata con i cacciatori. Secondo il M5S si è comunque in emergenza (ma dati da monitoraggio sui cinghiali non se ne conoscono).




Piani di cattura mai attuati nel Parco regionale delle Madonie? Dalle carte sembrerebbe di sì. Il Movimento 5stelle siciliano vuole risposte certe dalla Regione.
Pronta una interrogazione all’Ars e una serie di accessi agli atti per chiarire la vicenda. I Cinquestelle: “Il presidente dell’Ente Parco (delle Madonie n.d.r.) in quarta commissione questa estate ha sostenuto il contrario, ma alcune note sembrano smentirlo”.
Perché i piani di cattura dei cinghiali nel Parco della Madonie non sarebbero mai stati attuati, e di chi è la responsabilità dell’introduzione della specie nella zona? E ancora, perché il presidente del Parco delle Madonie ritiene il metodo di cattura tramite ‘braccata’ migliore di quello con i chiusini? Sono alcuni dei quesiti cui cerca di dare una risposta una interrogazione del M5S all’ Ars, indirizzata al presidente della Regione e agli assessori all’Ambiente e all’Agricoltura. Con l’atto (prima firmataria Valentina Palmeri) i deputati Cinquestelle tornano ad occuparsi del caso suidi, balzato prepotentemente alla ribalta questa estate dopo l’aggressione mortale di questi animali (un incrocio tra cinghiali e maiali) a Cefalù. Per approfondire la questione i deputati hanno messo in cantiere pure una serie di accessi agli atti, per appurare fino a che punto le determinazioni prese in passato sull’argomento siano state applicate.
“Da una nota del 20 Maggio 2014 dell’Assessorato Risorse agricole in risposta al comune di Castellana Sicula, – affermano i deputati – abbiamo appreso che il piano di cattura e successivo abbattimento (quindi con l’uso dei cosiddetti chiusini) non sarebbe mai stato applicato, contrariamente a quanto dichiarato dal presidente del Parco, Pizzuto, durante la seduta informale che si è tenuta l’11 agosto in IV Commissione all’Ars”. “Infatti – sostengono i parlamentari Cinquestelle – da questo documento si apprende che con ben 2 note del 2013 e del 2014, l’Ente Parco afferma, prima, di non aver attuato il piano per mancanza di risorse finanziarie e, poi, chiede una proroga del piano di cattura nelle more del reperimento delle suddette risorse. Quindi, a meno che non siano accaduti improvvisi miracoli, non capiamo quando, ed eventualmente con quale efficacia, sia stato mai applicato il piano”. Oltre alla mancata applicazione del piano i deputati del Movimento contestano al presidente del Parco della Madonie il metodo di cattura da lui sostenuto (la cosiddetta braccata) e la sua proposta di allargare la platea dei selettori, anche a squadre organizzate di cacciatori.
“Il presidente del Parco – afferma Valentina Palmeri – dovrebbe sapere innanzitutto che la caccia è vietata all’interno delle aree naturali protette e che l’abbattimento selettivo con il metodo della ‘braccata’, cioè con cacciatori di selezione coadiuvati da mute di cani, rappresenta il metodo peggiore di controllo della fauna, come sostenuto anche dall’Ispra, in primo luogo perché provoca la rottura delle gerarchie all’interno del gruppo stesso e la dispersione del gruppo di suidi, che fuori controllo provocano maggiori danni. In secondo luogo perché la ‘braccata’ causa indirettamente impatti negativi anche su altre specie di fauna presenti nel parco, alcune delle quali particolarmente protette. Al contrario della braccata, la cattura con i chiusini ed il successivo abbattimento, previsti dai piani di controllo approvati, ma, a quanto pare, mai applicati, eliminerebbe l’intero gruppo familiare e risulterebbe molto meno invasivo”.
“Il caso suidi – sostiene la deputata Claudia La Rocca – è un altro capitolo ingarbugliato della nostra Regione da approfondire. Insomma, una legge già esistente, (lr 12/2008), mai applicata o applicata parzialmente fra versioni contrastanti. Sicuramente un’imminente richiesta di accesso agli atti da parte nostra ci chiarirà quanto in realtà sia stato fatto e se è vero che il piano di cattura, ormai ritenuto una soluzione blanda, sia stato realmente applicato, per quanto tempo e con quali risultati. Siamo consapevoli dell’estrema emergenza che ci ritroviamo davanti e che la dichiarazione di stato d’emergenza sembra l’unica strada percorribile. Ricordiamo, però, al presidente del Parco che la norma recentemente approvata recita che le attività di abbattimento diretto ‘non costituiscono in nessun caso esercizio di attività venatoria’ ”.
Sulle responsabilità della Regione mette l’accento il presidente dalla commissione Ambiente dell’Ars, Giampiero Trizzino.
“Le leggi già c’erano dal 2008. E’ paradossale che l’amministrazione si muova sempre e solo dopo una tragedia”

lunedì 24 agosto 2015


Cinghiali e cambiamento climatico: aumentano grazie agli inverni più caldi

 

Lo si legge su Greenreport.it



Secondo il "Quotidiano per un'economia ecologica" la diffusione e l'aumento delle popolazioni di cinghiali in Europa ed in Italia ha una matrice climatica. Questa tesi pare essere confermata anche da recenti studi.
Paul Brown ex corrispondente ambientale di The Guardian, del Wolfson College di Cambridge, della Geologists’ Association, della Royal Geographical Society, e della Society of Arts, Manufacture and Commerce, nonché autore di una decina di libri e collaboratore dell’Unep, scrive su "Climate News Network" che "Gli inverni sempre più miti e l’abbondanza di ghiande e noci hanno causato una esplosione demografica tra i cinghiali in Europa.Le popolazioni di cinghiali in Europa sono sempre più fuori controllo e gli scienziati stanno incolpando il cambiamento climatico".

Grafico dell'andamento della popolazione di cinghiali in Europa e variazione temperature invernali
Vien da dire che ormai ai cambiamenti climatici può essere addebitato tutto e, certo, la storia dell'uomo, della natura e del paesaggio conferma che per gran parte è così. Il rischio è che i cambiamenti climatici divengano alibi per non vedere le nefandezze di scelte idiote e pericoloose come i ripopolamenti a scopo venatorio.
Per saperne di più: http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/cinghiali-e-cambiamento-climatico-aumentano-grazie-agli-inverni-piu-caldi/

martedì 18 agosto 2015

WWF Italia e cinghiali

Una nota dell'associazione protezionistica dopo la morte dell'allevatore siciliano causata dall'attacco di un cinghiale



Nell’esprimere il cordoglio alla famiglia delle vittime del tragico episodio in Sicilia il WWF Italia sottolinea come quella dei cinghiali sia un'emergenza nota e denunciata da anni di cui però mancano i dati reali su consistenza della popolazione, distribuzione, danni all’agricoltura.

Con lo spopolamento delle montagne e delle campagne sta aumentando in questi anni la fauna selvatica che fatica a trovare  un equilibrio naturale, vista la carenza di predatori.
I grossi predatori, prima di tutto i lupi, che svolgono il ruolo di tenere sotto controllo le specie onnivore (come i cinghiali) e erbivore (come cervi e daini) non riescono a tenere contenere alcune specie come i cinghiali che hanno alti tassi di riproduzione.

Per gestire questa situazione dati scientifici certi sono la base per affrontare il problema.
Il WWF propone che si affidi all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA la gestione di una banca dati sul cinghiale e sui danni all'agricoltura in collaborazione con le Regioni, al fine di identificare le aree più critiche e vulnerabili e per pianificare su basi scientifiche il controllo delle popolazioni.

La gestione del cinghiale è competenza delle Regioni e delle Province nell'ambito della gestione faunistico venatoria ma ora non esiste una banca dati nazionale sul censimento della specie, come non sono noti i ripopolamenti che in alcune aree continuano ad essere effettuati dagli ATC (ambiti territoriali di caccia). Né sono quantificati i danni rilevanti provocati alle coltivazioni visto che  anche in questo caso non esiste una banca dati nazionale.

Il WWF inoltre chiede che sull’emergenza cinghiali intervengano Ministero politiche agricole, ministero Ambiente insieme alla conferenza delle Regioni, con un decreto che faciliti il coinvolgimento degli agricoltori nella gestione delle catture e favorisca la promozione di filiere per la commercializzazione e trasformazione delle carni in modo legale.
Il decreto dovrebbe essere concertato dal Ministero politiche agricole e dal ministero Ambiente insieme alla conferenza delle Regioni e prevedere la possibilità per gli agricoltori che gestiscono le catture di trattenere e commercializzare gli esemplari catturati a parziale compenso del servizio fornito per il controllo. Inoltre occorre fornire agli agricoltori i recinti e trappole di cattura in comodato gratuito prevedendo un compenso per la gestione nell'ambito dell'applicazione degli articoli 14 e 15 del Dlgs 221 del 2001 (Legge orientamento in agricoltura)


I CINGHIALI IN ITALIA


In Italia come in tutta Europa esiste una sola specie di cinghiale, nome scientifico Sus scrofa.
Non ci sono quindi cinghiali alloctoni e autoctoni. Pur essendo vera l'immissione in natura nel nostro paese negli anni '60 del secolo scorso di cinghiali dei Carpazi, i cinghiali presenti in Italia sono dopo varie generazioni perfettamente adattati alle caratteristiche dei nostri habitat.
Le dimensioni e la prolificità del cinghiale possono variare molto in relazione alle caratteristiche degli habitat presenti. I cinghiali che vivono in boschi di querce o faggi in Appennino sono tendenzialmente più grandi dei cinghiali presenti nella macchia mediterranea.
  • Crescita esponenziale della specie

Il tasso riproduttivo del cinghiale può variare nel corso degli anni dal 100% al 200% in relazione all'andamento climatico in inverno ed estate ed alle disponibilità di cibo.
Una scrofa può partorire anche due volte in un anno, con oltre 10 piccoli a parto.
In un anno il numero dei cinghiali in una definita area può quindi potenzialmente raddoppiare o triplicare.

In condizioni naturali la disponibilità di cibo può essere un fattore limitante per la crescita della popolazione (il cinghiale è un onnivoro con grandi capacità di adattamento e versatile). L'agricoltura diffusa nel nostro paese anche in territori rurali marginali rende disponibile una grande quantità di cibo a costi energetici molto bassi per il cinghiale.

L'unico predatore naturale del cinghiale è il lupo, ma la popolazione di questo predatore in Italia (1.000 - 1.500 esemplari) non è in grado di condizionare in modo rilevante la dinamica della popolazione del cinghiale (un lupo può prelevare circa 200 cinghiali / anno per la sua alimentazione).
  • Carenza di dati 
La gestione del cinghiale è competenza delle Regioni e delle Province nell'ambito della gestione faunistico venatoria. Non esiste una banca dati nazionale sul censimento della specie, come non sono noti i ripopolamenti che in alcune aree continuano ad essere effettuati dagli ATC (ambiti territoriali di caccia). Il cinghiale provoca danni rilevanti alle coltivazioni ma anche in questo caso non esiste una banca dati nazionale.

WWF Italia, cinghiali e Associazione Italiana per la Winderness - Aspro confronto


L'A.I.W. di Franco Zunino replica al documento del WWF Italia


Isabella Pratesi, che oggi fa parte del WWF, ma che è stata (od è ancora ed anche?) dirigente della LAV (o della LAC?), dopo il luttuoso evento che mai così tanto ha portato il cinghiale alla ribalta della cronaca quotidiana (benché di motivi per questa ribalta ce ne fossero già stati prima ed a iosa, sia con la morte di persone a causa di impatti automobilistici con l’animale, sia di aggressioni, ma senza fatti luttuosi diretti di cittadini inermi, sia per i miliardi di euro di danni ogni anno inferti all’agricoltura: ma si sa, i giornali sono prodotti da vendere, non già, come tanti credono, diffusori di notizie di interesse sociale: per cui, come si usa dire, se un cane morde il padrone, la cosa non fa notizia ma se un padrone morde il cane, allora si va in prima pagina!); si diceva, la Pratesi ha ritenuto di diffondere un comunicato stampa come Direttore del programma conservazione del WWF per cercare di dare spiegazioni corrette sul fenomeno («Tutto quello che avreste voluto sapere sui cinghiali e nessuno vi ha mai detto»).

Peccato che neppure lei ce lo dica! Il documento contiene tante contraddizioni ed inesattezze, che non possiamo esimerci dal farle notare. Se esiste un problema, e per partito preso si cominciano a raccontare cose non vere, il problema non si risolverà mai. E forse è proprio quello che vogliono gli animalisti anticaccia: che si continui a parlare del problema del cinghiale, ma solo come argomento per attaccare i cacciatori, e senza mai proporre l’unica soluzione plausibile: ovvero che siano gli stessi cacciatori, colpevoli della diffusione dell’animale, a provvedervi riducendone drasticamente il numero con le loro armi. Ed è già dura convincerli, visto l’interesse che la stessa Pratesi evidenzia, che hanno ad avere ogni anno un bel po’ di cinghiali da abbattere, per cui un numero troppo basso rischia ridurre i loro, come anche dice la Pratesi, “pingui” carnieri, ma… anche magari di spingere poi gli anticaccia a richiederne la protezione!
 

Vediamo cosa ha scritto la Pratesi nel suo comunicato.
I cinghiali «hanno zanne lunghe anche 30 centimetri affilate come rasoi.» Ci chiediamo se la Pratesi ha mai visto un cinghiale, o pensa che siano dei trichechi o dei babirussa? Dove ha mai visto zanne di 30 cm di lunghezza e poi, “affilate”? Caso mai appuntite! Ma soprattutto la Pratesi batte e ribatte per informare che i cinghiali sono tanti, sono troppi, fanno danni ingenti: Ecco cosa ha scritto: «(…) sono stati lanciati in un frenesia venatoria senza uguali: importati dall’Europa dell'Est ma anche allevati in Italia (…). In pochi decenni i la popolazione di cinghiali si è così quintuplicata (…). La gestione dei poveri animali, la cui popolazione ha raggiunto livelli preoccupanti di 600.000 o forse 1 milioni di individui…»
 
Ma poi, pur riconoscendo che proprio i cacciatori hanno anche la responsabilità di abbatterne troppo pochi e che quindi sono loro i primi ed unici responsabili della crescita esponenziale della popolazione, si guarda bene dal dirci come proprio i cacciatori potrebbero e dovrebbero risolvere il problema: «(…) sono stati utilizzati per creare una popolazione pingue e ricca adatta a soddisfare le brame dei cacciatori.» Ovvero riconosce che sono troppi, che sono un problema. Ma poi, ecco che proprio con i cacciatori se la prende perché li uccidono, facendo capire che lei sarebbe contraria: «(questo purtroppo non li salva dalla morte a cui sono destinati). (…) affidata alle allegre brigate dei “cinghialari” (…). Altrettanti cinghiali vengono uccisi illegalmente cacciati con trappole, lacci e fucili a pallettoni. Di notte e di giorno. A decine di migliaia. Ma non per svuotare e rendere più sicuri i nostri boschi (...). Chiudiamo entrambi gli occhi e tappiamoci le orecchie se sentiamo spari e fuori strada che rombano con il loro carico di carne di cinghiale. Lasciamo che continuino ad essere i cacciatori, nella legalità e nell’illegalità a gestire la nostra fauna. Non preoccupiamoci se le lobby dei “cinghialari” impediranno che il problema del soprannumero dei cinghiali (che apporta un enorme danno all’agricoltura) venga veramente risolto.» Ovvero, silenzio assoluto sulla soluzione del problema!
 
In poche parole, la Pratesi vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Secondo lei i cinghiali sono troppi ed andrebbero ridotti e drasticamente di numero, ma poi si schiera subito contro l’unica categoria di cittadini che a questo problema possono porre rimedio. Come non chiedersi, ma questa Pratesi, i cinghiali li vuole o non li vuole? Ne vuole tanti o ne vuole pochi? E se sono troppi, a chi affiderebbe il compito di ridurne il numero? Ai soliti “professionisti del catastrofismo animale” che attraverso studi e progetti, magari lautamente pagati dall’Unione Europa, ci verranno poi a dire che bisogna lasciare crescere i lupi affinché vi provvedano (come se i lupi fossero poi così fessi da lasciare in pace il bestiame domestico per darsi invece da fare a seguire le indicazioni dei “faunisti” del WWF e predare quindi solo cinghiali, cervi e caprioli anziché le ben più disponibili e facili pecore, capre, cavalli, vacche e cani!).

Oppure, pretenderà di obbligare gli agricoltori a circondare ogni campo coltivato con recinti elettrici, per i quali, che siano a spese dei proprietario o dell’apparato pubblico, sempre di milioni di euro si parlerebbe?

 O ci verrà a dire che i cinghiali bisogna catturali con costose trappole e burocratica metodologia (intanto pagherebbe pantalone!) che lasceranno il tempo che trovano, perché la biologia ed il comportamento animale ci dice che mentre se ne cattura uno, la popolazione cresce di due?


 E poi, l’ipocrita chicca, già adottata in alcuni aree protette chiuse alla caccia: catturali con le gabbie e farli poi uccidere nelle macellerie: ipocrisia all’ennesima potenza, eppure tante volte proposta non solo per cinghiali, ma anche per nutrie, scoiattoli grigi, ed altri animali esotici o in soprannumero! Tutto questo pur di evitare che i cacciatori, facendolo a loro spese pagando una tassa e magari anche i capi abbattuti - quindi con entrate finanziarie che potrebbe dare un aiuto alle sempre esauste casse di chi gestisce la fauna ed i Parchi -, possano “divertirsi”: ovverosia, impedire loro di divertirsi sembra essere l’unica ragione del perché non si vuole ricorrere alla caccia per risolvere un problema che oggi è quasi più sociale che faunistico!

 O li vorrebbe fare abbattere da guardiacaccia, guardie forestali e guardia parco? In tal caso, non lo sa che se esiste l’obbiezione di coscienza per l’esercito, è probabilmente giusto applicarla anche ai corpi di guardiania? Lo sa che difatti la grande maggioranza di queste guardie è animalista ed anticaccia? Che farebbe, li obbligherebbe a farsi “macellai” al posto dei cacciatori? In fondo, forse sarebbe un bene se lo facesse, così si potrebbe rendere conto di quanto utili siano i cacciatori in questi casi (sempre più frequenti, tanto che anche nazioni che avevano abolito la caccia la stanno pian piano ripristinando, magari mascherata da “prelievi selettivi”, “controllo delle popolazioni”, “abbattimenti sanitari” ed altre scuse più o meno politicamente corrette e che spesso non risolvono mai veramente i problemi).

 La Pratesi si allei pure con la sua sodale Brambilla; convincano pure l’opinione pubblica della “bontà” delle loro idee sulla gestione faunistica; ma poi non vengano a piangere sul latte versato quando avremo altri morti ed aggressioni da parte di cinghiali e lupi ed orsi, al bestiame ed anche persone, con milioni di euro di danni che cittadini, agricoltori ed allevatori pagano di tasca loro, ricevendo, quando li ricevono, scarsi rimborsi dalla casse pubbliche sempre più vuote. Per non dire del rischio di estinzione di tante rare specie di fauna e flora (lo Scoiattolo rosso, l’Orso marsicano e il Camoscio d’Abruzzo, varie specie di orchidee, solo per fare alcuni esempi eclatanti) a causa della loro competizione con le popolazioni animali in forte crescita proprio perché si impedisce ai cacciatori di eliminarle o mantenerne basso il numero. In fondo si tratterebbe di fare un semplice calcolo tra costi e benefici, lasciando da parte i principi “talebani” di animalisti ed anticaccia, adottando invece misure basate sulla saggezza ed il buon senso.

I cacciatori possono essere grandi attori nel mondo della conservazione, specie faunistica: la si smetta di vilipenderli e si cerchi una loro collaborazione per il bene del… bene Natura (che non è solo animali: Aldo Leopold, Theodore Roosevelt, Jim Corbett, Erminio Sipari, Mario Incisa della Rocchetta, Renzo Videsott, Fabio Osti, Mario Rigoni Stern, e tanti tanti altri, anche viventi - tutti ambientalisti cacciatori -, insegnano!).
 
Franco Zunino - Direttore Generale A.I.W