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martedì 19 gennaio 2016

Iniziativa dell'Associazione Italiana per la Wilderness e del Comune di Castellafiume (AQ)




Nuova area wilderness in Abruzzo




Estesa 215 ettari e denominata “Monti Girifalco e Arezzo”, è già Sito di Interesse Comunitario per il suo valore di biodiversità floro-faunistica ed, in passato, spesso proposta come Riserva Naturale.






Grifoni (Gyps fulvus) in pastura. Foto: Francesco Petretti
Il 22 dicembre scorso, anche il Comune di Castellafiume (L’Aquila) ha designato un proprio settore di Area Wilderness, la terza in Abruzzo, Regione dove ha avuto origine l’Associazione Italiana per la Wilderness (a Pescasseroli, nel lontano 1981, ideata e voluta da Franco Zunino, allora tecnico naturalista alle dipendenze del Parco Nazionale d’Abruzzo): vi fu prima il simbolico “paletto” del modesto terreno a Monte Ja’Vuttero di Pescasseroli, donato all’AIW proprio a questo fine; poi il grande settore di Pizzo Deta designato dal Comune di San Vincenzo Valle Roveto (oggi accorpato alla grande Area Wilderness dei Monti Ernici); infine un nuovo simbolico terreno alla Cicerana di Lecce nei Marsi, convenzionato con l’AIW.
Il nuovo settore di Castellafiume è costituito da una porzione centrale del versante meridionale della lunga serra di monti che da Capistrello giunge praticamente integra fino a Tagliacozzo e che al centro ha i Monti Girifalco (1268 metri) ed Arezzo (1279 m). Esteso 215 ettari gode di una tutela quasi integrale (a parte la caccia, che può invece praticarsi liberamente) e viene a salvaguardare un ecosistema demaniale in fase di rinaturalizzazione dopo gli eccessivi utilizzi a scopo pascolivo e forestale del lontano passato.
A suo tempo inserita d’autorità anche tra i Siti di Interesse Comunitario proprio per il suo valore di biodiversità floro-faunistica ed in passato spesso proposta come Riserva Naturale, la nuova Area Wilderness, denominata “Monti Girifalco e Arezzo”, per la bellezza e l’integra scenografia rupestre e paesaggistica che possiede si spera che in futuro possa estendersi anche ai territori limitrofi appartenenti ai Comuni di Capistrello, Cappadocia, Scùrcola e Tagliacozzo (il versante settentrionale, caratterizzato da integri canali e vallette di grande bellezza paesaggistica, è anche godibile dalla strada, ferrovia ed autostrada Pescara-Roma).
La sua massima importanza come biodiversità naturale è data dalla presenza di una colonia nidificante di Avvoltoio Grifone (specie un tempo estinta sull’Appennino e poi reintrodotta alcuni anni or sono nella non lontana Riserva Naturale Statale Monte Velino); colonia venutasi a creare dopo che alcuni esemplari vi si sono spostati – così come anche nel settore rupestre di Comuni limitrofi – avendo qui trovato un migliore e più idoneo sito di nidificazione. Oltre al Grifone sono presenti e nidificano altre rare specie, quali il Corvo imperiale ed il Falco Pellegrino (o forse, od anche, il Lanario).
Secondo quanto ne riportano alcune fonti bibliografiche non mancherebbe la presenza del Gatto selvatico e anche l’Istrice ed il Gufo reale, nonché sorvoli di Aquila reale. Segnalata sarebbe anche stata la Salamandrina dagli occhiali e la rara farfalla Carcharodus boeticus.
Si tratta di «pendii accidentati con un’elevata rocciosità affiorante (…) caratterizzati da soprassuoli degradati quasi totalmente privi di vegetazione e costituiti da praterie sterili più o meno cespugliate e arborate», come sono descritte dal Piano Forestale; ovvero un bioma in fase di rinaturalizzazione che anche botanicamente potrebbe rivelare la presenza di rare specie floristiche meritevoli di ricerche particolari. Caratteristiche sono le alte fasce rupestri che si susseguono per diversi chilometri di lunghezza, ovvero quella morfologia particolare che ha permesso ai Grifoni di trovare il loro ideale habitat di nidificazione.
L’esempio ed il principio istaurato dall’unanime deliberazione del Consiglio comunale di Castellafiume guidato dal Sindaco Domenico Mariani, meriterebbe di essere seguito da tutti i Comuni limitrofi, per fare di questa serra montana, oggi ritenuta “persa” o “inutile” (e praticamente sconosciuta ai più), anche un’attrazione turistica; benché comunque meritevole di essere conservata solo per il suo valore di per sé di biodiversità e bellezza panoramica, con l’Area Wilderness ciò può infatti farsi senza che – al contrario di tante aree “Parco” – si vengano a ledere gli interessi rurali della comunità locale. Un’attrazione che ora potrà identificarsi mediante una cartellonistica da installarsi sia nel paese che lungo la strada provinciale che da Capistrello, passando per Castellafiume, sale a Tagliacozzo.
Con quest’ultimo settore di Area Wilderness, esse giungono al numero di 66, suddivise in 105 settori, sparse in 10 Regioni e 20 Province per un estensione complessiva di oltre 50.000 ettari.

sabato 17 ottobre 2015

Nel Parco Nazionale del Pollino





Divieto di arrampicata contestato.

Ma le motivazioni per il provvedimento ci sono tutte. #2





Incredibile ma vero! Franco Zunino (Associazione Italiana per la Wilderness - A.I.W.) difende il provvedimento del Direttore del Parco che sospende temporaneamente le arrampicate sportive.





La scrivente Associazione, che in tante occasioni ha sentito il dovere statutario di avanzare critiche ad attività gestionali del Parco Nazionale del Pollino, al contrario di altre associazioni e/o interventi di ambientalisti e/o praticanti attività turistiche, ritiene, pur con alcune riserve, di elogiare quanto deciso dalle autorità del Parco in merito al provvedimento in oggetto, pur, forse, troppo affrettatamente preso.
La motivazione è giusta; forse è solo sbagliata l’emanazione così, di punto in bianco, prima ancora di aver deciso dove applicare i divieti; ma, forse proprio per questo, estesi a tutto il territorio del Parco. Che certi divieti siano sacrosanti in un Parco Nazionale la scrivente Associazione non può che riconoscerlo in quanto in linea con le proprie finalità e con la filosofia che persegue; per cui non sente il dovere di criticarli né tanto meno di condannarli chiedendone l’abrogazione: l’AIW li ha sempre auspicati per ogni area protetta che si rispetti. Tanto più che molti di questi divieti sono anche applicati in molte Aree Wilderness d’America. Consentire certi itinerari, certi sentieri, certe arrampicate, certe discese fluviali o in grotta, non significa dover permettere tutto ciò sempre ed ovunque. Si tratta di stabilire il dove, il come ed il quando. Ma certamente non può esistervi completa libertà di movimento ovunque; altrimenti si arriverebbe a consentire tutto. Est modus in rebus!
Un Parco deve avere il dovere, il potere ed il coraggio di dire NO quando le ragioni di difesa dei valori ambientali cui è preposto lo richiedono; il dovere, il potere ed il coraggio di dire Basta: fin qui sì, più in là no. Nelle lettere che si è avuto modo di leggere, pur nell’evidente tentativo di giustificare le passioni di chi le ha stilate, paiono piuttosto sottilmente indirizzata a giustificare il tutto, mentre non dovrebbe essere così. Mischiare poi la scoperta di specie, di siti, ecc. col diritto ad andare ovunque e sempre è un escamotage per dire voglio andare ovunque e sempre senza limitazioni, anche se disturbo l’aquila o l’orso: è tipico degli escursionisti e degli alpinisti del CAI e di ogni altro organismo a finalità turistica e/o escursionistica; ma è egoistico interesse. Il primo rispetto per le cose ed i luoghi che si amano si dimostra rinunciandovi, quando la presenza diventa un disturbo o un danno: accontentarsi di sapere che certi luoghi o certe cose esistono dovrebbe essere il primo punto di un ipotetico decalogo dell’escursionismo. Specie quando la Natura diventa non tanto un luogo da vedere e di cui godere emotivamente, quanto una palestra per soddisfare piaceri fisico-ludici. Ad esempio, i Navajos hanno da tempo proibito ogni arrampicata sui tanti torrioni della Monument Valley; sul famoso El Capitan della Yosemite Valley vigono precisi divieti per controllare le attività alpinistiche; nello Joshua Tree National Park tante arrampicate sono state da tempo proibite. Nello stesso pur grande e selvaggio Denali National Park hanno posto un limite al numero degli alpinisti che vogliono scalare la vetta del Monte Mc Kinley. Nel Grand Canyon è da anni che il rafting subisce limitazioni di varia natura. E così dicasi per i percorsi in mountain bike su sentieri ed itinerari di montagna al di fuori di strade e/o piste carrozzabili.
Gerardo Travaglio, Direttore del Parco Nazionale del Pollino
Ecco, nel caso che stiamo affrontando, le autorità del Parco del Pollino hanno forse ecceduto, ma non nel voler stabilire regole “talebane”, ma nell’aver deciso a priori di estendere il divieto ovunque con un’urgenza che certamente non ha senso per la maggior parte del Parco. Solo per questo sono da criticare. Per il principio adottato, per una volta tanto le autorità del Parco vanno lodate. Si dialoghi e si trovino i giusti compromessi, che però dovranno anche stabilire quando, dove e quanto essere severamente per il NO. Ed uno dei punti fermi dovrebbe essere il quantum, un altro il dove e il quando nel caso delle nidificazioni di uccelli rapaci o di tane di mammiferi sensbili; ma anche il MAI per certe aree a rischio usura per la roccia o il terreno o per la vegetazione, compreso l’utilizzo di chiodi e simili. D’altro canto, anche una politica di carring capacity andrebbe sempre applicata in gran parte delle aree selvagge dei nostri Parchi, sia per il rispetto delle esigenze della Natura, sia per quelle degli stessi visitatori. Perché solo un numero chiuso può consentire una certa liberalizzazione delle attività.
Giustificare la propria presenza con la presunzione di essere rispettosi (asserzione che è una classica dichiarazione autoassolvente per tutti gli amanti della montagna!), non regge, se a stabilirlo sono gli interessati. Chi deve stabilirlo è un soggetto terzo tra fruitori e Natura: e può esserlo solo l’ente gestore di un’area protetta, che ne ha il mandato giudiziario. Che non si arrivi a ritenere l’apertura di cave, un atto di “valorizzazione” della Natura, solo perché scavandole si scoprono tracce geologiche altrimenti non visibili e quindi non studiabili (ci fu chi lo sostenne!). Ma questo non è conservazione della natura: è attività di studio, ed in un’area protetta anch’esse vanno disciplinate, anche severamente (in molti Parchi americani istituiti per proteggere giacimenti paleontologici è severamente proibito continuare a scavare ovunque; e così l’esplorazione di grotte).
Non si può, da un lato ammirare il concetto delle riserve integrali e pretenderne sempre di nuove, e poi criticarle quando i loro vincoli impediscono il ludico egoistico godimento di chi le vorrebbe liberamente violare! Nella difesa della bellezza e nell’apprezzamento della Natura, la rinuncia è la prima forma di rispetto: perché solo così si rispettano i diritti della Natura, la quale notoriamente non può difendersi o avvalersi di giudici per assicurarseli (i diritti): suoi giudici siamo noi o, meglio, dovremmo essere noi. Il Parco del Pollino in questo caso si è erto a giudice per la Natura; rispettiamo la sua decisione e collaboriamo a trovare la soluzione migliore che accontenti tutti, ma sempre con un occhio di riguardo ALLA NATURA prima che ai nostri ludici egoistici piaceri.

Franco Zunino - Direttore Gen. A.I.W.

domenica 20 settembre 2015

da "Associazione Italiana Wilderness - A.I.W.



Zunino: "sparare a vista ai cinghiali, anche nei Parchi!"



Per il Presidente dell'A.I.W. non serve un Commissario, come proposto da Ermete Realacci, ma dare il via libera ai cacciatori anche nei Parchi. 


 

Scrive Franco Zunino, Direttore generale dell'Associazione Italiana Wilderness (A.I.W.), in merito al problema "cinghiali" in Italia: "Non volendo operare e cercando tutte le scappatoie per tergiversare, ecco che tanto per tirare le cose per le lunghe, uno dei politici e leader animalisti ed anticaccia, ha proposto un Commissario straordinario per il problema del cinghiale. Così il problema non si risolverà ma per intanto sarà creata una nuova poltrona da occupare politicamente! Siamo proprio italiani!

La bella pensata è del Presidente della Commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, già leader e/o sostenitore di una campagna referendaria contro la caccia.

Caro Realacci, un Commissario straordinario si nomina quando da anni non si riesce a risolvere un problema, pur avendole provate tutte; ad esempio, servirebbe per salvare l’Orso marsicano (vanamente proposto e dalla scrivente Associazione e dallo stesso ex Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo), ma non certo per il cinghiale, visto che basterebbe liberalizzare al massimo la caccia all’animale, consentendola anche dentro ai Parchi e alle Oasi almeno per un periodo di uno o due anni, ed il problema si risolverebbe. Ma è troppo facile, quindi sicuramente si studieranno tutti quegli inutili metodi che non hanno mai risolto nulla, e per contenere cinghiali e per contenere altre specie animali!

Pertanto, mettere prima dei paletti, stabilire delle regole, fare degli studi, creare della burocrazia, ed allora: voilà un bel Commissario straordinario! Affinché l’opinione pubblica che sta subendo danni sia calmierata e… tutto resti come prima!

Franco Zunino
Che di cinghiali ce ne siano più di un milione lo hanno scoperto adesso: fino a ieri hanno fatto di tutto per evitare provvedimenti risolutivi, con recinzioni elettriche e metodi anticoncezionali, catture per abbattere poi (ipocritamente!) gli animali nei macelli. Al risolutore venatorio invece, vita difficile: con leggi, laccioli, limitazioni delle aree di caccia, iscrizione ad albi o liste varie con tanto di tasse da pagare, metodi di caccia da cambiare, blocco dei calendari venatori, ecc. Ora scoprono l’emergenza, ed anziché risolverla, vogliono continuare a farlo in modo “serio e scientifico”: ovvero, leggasi mettendo i bastoni tra le ruote a chiunque voglia risolvere il problema con senso pratico. Realacci porta ad esempi ciò che è stato fatto finora in alcuni Parchi, ovvero ben poco, perché i metodi sono talmente costosi, farraginosi e lenti, che mentre catturano un cinghiale, la popolazione cresce di due: hanno creato un business, un lavoro!

Al solito si pensa sempre di prendere per i fondelli l’opinione pubblica, di risolvere i problemi con proclami o cambiando nome alle cose!

Non cambierà mai nulla in questo Pase fino a quando queste persone (sempre le stesse!) saranno a capo degli organismi che dovrebbero risolvere i problemi. Sicuramente si troverà modo di richiedere sovvenzioni europee per procedere intanto con gli ennesimi, inutili studi di fattibilità (ma qualche amico ne sarà certamente incaricato: poi ci verranno a magari a dire che ce lo chiede l’Europa!).

E poi, ci dice invece Realacci, ecco, la soluzione: la ricerca di “una specie antagonista” (leggasi il Lupo, che a suo volta è già un problema di suo ma che, come per il cinghiale, ci si rifiuta di riconoscere come tale: e quando sarà, magari ci proporranno un altro commissario!). E il fucile no? gli vorrei dire, come da anni si fa da altre parti di fronte a problemi similari? Certo, la questione è che da altre parti il problema lo vogliono risolvere, non solo cavalcare!".

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Zunino, da buon amante della pratica venatoria, si lascia andare ed indica nel coinvolgimento dei cacciatori nelle aree naturali protette, l'unico modo per fronteggiare l'armata di cinghiali (neanche fosse l'Isis) nel nostro Paese. Zunino evita con cura di occuparsi prima di tutto dei territori al di fuori delle aree naturali protette per concentrarsi su una formula che non regge se non come soluzione residuale e di finitura delle operazioni di cattura e, in questo modo, di prelievo selettivo dei cinghiali. La spinta formidabile che in questo periodo le associazioni venatorie stanno esercitando sui livelli politici nazionali, regionali e locali, fa perdere lo ben dell'intelletto. La verità sta nella dolosa sciagurata scelta dei cacciatori di inondare il Paese con ripopolamenti di cinghiali anche laddove si sapeva perfettamente non si sarebbe potuto procedere con "stermini di massa". Si sono spesi soldi pubblici, si sono violate norme di tutela della biodiversità e sanitarie per far divertire un manipolo, si direbbe a Bari, di "squagghiasole" (squagliasole) ed ora la questione sarebbe diventata un'emergenza! E, come si sa, dietro ogni emergenza si nasconde la frode, l'inganno, la negazione del diritto di conoscenza dei fatti e degli atti. Le Regioni, per esempio la Puglia che finora è vissuta nell'illusione della terra dei Parchi e della tutela della biodiversità (ma quando?), si attrezzino per gestire il problema secondo il diritto e la legalità, lasciando alle aree naturali protette la gestione della questione nei propri confini e concentrandosi, invece, nei territori al di fuori di esse. Ma per far questo ci vuole conoscenza, intelligenza, capacità di decisione, rispetto del diritto. Ho la sensazione di chiedere molto, forse troppo. (F.M.)

martedì 18 agosto 2015

WWF Italia, cinghiali e Associazione Italiana per la Winderness - Aspro confronto


L'A.I.W. di Franco Zunino replica al documento del WWF Italia


Isabella Pratesi, che oggi fa parte del WWF, ma che è stata (od è ancora ed anche?) dirigente della LAV (o della LAC?), dopo il luttuoso evento che mai così tanto ha portato il cinghiale alla ribalta della cronaca quotidiana (benché di motivi per questa ribalta ce ne fossero già stati prima ed a iosa, sia con la morte di persone a causa di impatti automobilistici con l’animale, sia di aggressioni, ma senza fatti luttuosi diretti di cittadini inermi, sia per i miliardi di euro di danni ogni anno inferti all’agricoltura: ma si sa, i giornali sono prodotti da vendere, non già, come tanti credono, diffusori di notizie di interesse sociale: per cui, come si usa dire, se un cane morde il padrone, la cosa non fa notizia ma se un padrone morde il cane, allora si va in prima pagina!); si diceva, la Pratesi ha ritenuto di diffondere un comunicato stampa come Direttore del programma conservazione del WWF per cercare di dare spiegazioni corrette sul fenomeno («Tutto quello che avreste voluto sapere sui cinghiali e nessuno vi ha mai detto»).

Peccato che neppure lei ce lo dica! Il documento contiene tante contraddizioni ed inesattezze, che non possiamo esimerci dal farle notare. Se esiste un problema, e per partito preso si cominciano a raccontare cose non vere, il problema non si risolverà mai. E forse è proprio quello che vogliono gli animalisti anticaccia: che si continui a parlare del problema del cinghiale, ma solo come argomento per attaccare i cacciatori, e senza mai proporre l’unica soluzione plausibile: ovvero che siano gli stessi cacciatori, colpevoli della diffusione dell’animale, a provvedervi riducendone drasticamente il numero con le loro armi. Ed è già dura convincerli, visto l’interesse che la stessa Pratesi evidenzia, che hanno ad avere ogni anno un bel po’ di cinghiali da abbattere, per cui un numero troppo basso rischia ridurre i loro, come anche dice la Pratesi, “pingui” carnieri, ma… anche magari di spingere poi gli anticaccia a richiederne la protezione!
 

Vediamo cosa ha scritto la Pratesi nel suo comunicato.
I cinghiali «hanno zanne lunghe anche 30 centimetri affilate come rasoi.» Ci chiediamo se la Pratesi ha mai visto un cinghiale, o pensa che siano dei trichechi o dei babirussa? Dove ha mai visto zanne di 30 cm di lunghezza e poi, “affilate”? Caso mai appuntite! Ma soprattutto la Pratesi batte e ribatte per informare che i cinghiali sono tanti, sono troppi, fanno danni ingenti: Ecco cosa ha scritto: «(…) sono stati lanciati in un frenesia venatoria senza uguali: importati dall’Europa dell'Est ma anche allevati in Italia (…). In pochi decenni i la popolazione di cinghiali si è così quintuplicata (…). La gestione dei poveri animali, la cui popolazione ha raggiunto livelli preoccupanti di 600.000 o forse 1 milioni di individui…»
 
Ma poi, pur riconoscendo che proprio i cacciatori hanno anche la responsabilità di abbatterne troppo pochi e che quindi sono loro i primi ed unici responsabili della crescita esponenziale della popolazione, si guarda bene dal dirci come proprio i cacciatori potrebbero e dovrebbero risolvere il problema: «(…) sono stati utilizzati per creare una popolazione pingue e ricca adatta a soddisfare le brame dei cacciatori.» Ovvero riconosce che sono troppi, che sono un problema. Ma poi, ecco che proprio con i cacciatori se la prende perché li uccidono, facendo capire che lei sarebbe contraria: «(questo purtroppo non li salva dalla morte a cui sono destinati). (…) affidata alle allegre brigate dei “cinghialari” (…). Altrettanti cinghiali vengono uccisi illegalmente cacciati con trappole, lacci e fucili a pallettoni. Di notte e di giorno. A decine di migliaia. Ma non per svuotare e rendere più sicuri i nostri boschi (...). Chiudiamo entrambi gli occhi e tappiamoci le orecchie se sentiamo spari e fuori strada che rombano con il loro carico di carne di cinghiale. Lasciamo che continuino ad essere i cacciatori, nella legalità e nell’illegalità a gestire la nostra fauna. Non preoccupiamoci se le lobby dei “cinghialari” impediranno che il problema del soprannumero dei cinghiali (che apporta un enorme danno all’agricoltura) venga veramente risolto.» Ovvero, silenzio assoluto sulla soluzione del problema!
 
In poche parole, la Pratesi vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Secondo lei i cinghiali sono troppi ed andrebbero ridotti e drasticamente di numero, ma poi si schiera subito contro l’unica categoria di cittadini che a questo problema possono porre rimedio. Come non chiedersi, ma questa Pratesi, i cinghiali li vuole o non li vuole? Ne vuole tanti o ne vuole pochi? E se sono troppi, a chi affiderebbe il compito di ridurne il numero? Ai soliti “professionisti del catastrofismo animale” che attraverso studi e progetti, magari lautamente pagati dall’Unione Europa, ci verranno poi a dire che bisogna lasciare crescere i lupi affinché vi provvedano (come se i lupi fossero poi così fessi da lasciare in pace il bestiame domestico per darsi invece da fare a seguire le indicazioni dei “faunisti” del WWF e predare quindi solo cinghiali, cervi e caprioli anziché le ben più disponibili e facili pecore, capre, cavalli, vacche e cani!).

Oppure, pretenderà di obbligare gli agricoltori a circondare ogni campo coltivato con recinti elettrici, per i quali, che siano a spese dei proprietario o dell’apparato pubblico, sempre di milioni di euro si parlerebbe?

 O ci verrà a dire che i cinghiali bisogna catturali con costose trappole e burocratica metodologia (intanto pagherebbe pantalone!) che lasceranno il tempo che trovano, perché la biologia ed il comportamento animale ci dice che mentre se ne cattura uno, la popolazione cresce di due?


 E poi, l’ipocrita chicca, già adottata in alcuni aree protette chiuse alla caccia: catturali con le gabbie e farli poi uccidere nelle macellerie: ipocrisia all’ennesima potenza, eppure tante volte proposta non solo per cinghiali, ma anche per nutrie, scoiattoli grigi, ed altri animali esotici o in soprannumero! Tutto questo pur di evitare che i cacciatori, facendolo a loro spese pagando una tassa e magari anche i capi abbattuti - quindi con entrate finanziarie che potrebbe dare un aiuto alle sempre esauste casse di chi gestisce la fauna ed i Parchi -, possano “divertirsi”: ovverosia, impedire loro di divertirsi sembra essere l’unica ragione del perché non si vuole ricorrere alla caccia per risolvere un problema che oggi è quasi più sociale che faunistico!

 O li vorrebbe fare abbattere da guardiacaccia, guardie forestali e guardia parco? In tal caso, non lo sa che se esiste l’obbiezione di coscienza per l’esercito, è probabilmente giusto applicarla anche ai corpi di guardiania? Lo sa che difatti la grande maggioranza di queste guardie è animalista ed anticaccia? Che farebbe, li obbligherebbe a farsi “macellai” al posto dei cacciatori? In fondo, forse sarebbe un bene se lo facesse, così si potrebbe rendere conto di quanto utili siano i cacciatori in questi casi (sempre più frequenti, tanto che anche nazioni che avevano abolito la caccia la stanno pian piano ripristinando, magari mascherata da “prelievi selettivi”, “controllo delle popolazioni”, “abbattimenti sanitari” ed altre scuse più o meno politicamente corrette e che spesso non risolvono mai veramente i problemi).

 La Pratesi si allei pure con la sua sodale Brambilla; convincano pure l’opinione pubblica della “bontà” delle loro idee sulla gestione faunistica; ma poi non vengano a piangere sul latte versato quando avremo altri morti ed aggressioni da parte di cinghiali e lupi ed orsi, al bestiame ed anche persone, con milioni di euro di danni che cittadini, agricoltori ed allevatori pagano di tasca loro, ricevendo, quando li ricevono, scarsi rimborsi dalla casse pubbliche sempre più vuote. Per non dire del rischio di estinzione di tante rare specie di fauna e flora (lo Scoiattolo rosso, l’Orso marsicano e il Camoscio d’Abruzzo, varie specie di orchidee, solo per fare alcuni esempi eclatanti) a causa della loro competizione con le popolazioni animali in forte crescita proprio perché si impedisce ai cacciatori di eliminarle o mantenerne basso il numero. In fondo si tratterebbe di fare un semplice calcolo tra costi e benefici, lasciando da parte i principi “talebani” di animalisti ed anticaccia, adottando invece misure basate sulla saggezza ed il buon senso.

I cacciatori possono essere grandi attori nel mondo della conservazione, specie faunistica: la si smetta di vilipenderli e si cerchi una loro collaborazione per il bene del… bene Natura (che non è solo animali: Aldo Leopold, Theodore Roosevelt, Jim Corbett, Erminio Sipari, Mario Incisa della Rocchetta, Renzo Videsott, Fabio Osti, Mario Rigoni Stern, e tanti tanti altri, anche viventi - tutti ambientalisti cacciatori -, insegnano!).
 
Franco Zunino - Direttore Generale A.I.W