giovedì 10 settembre 2015

In Inghilterra Wildlife Trust chiede impegni al Cancelliere dello Scacchiere



"Caro George, non tagliare i fondi per la protezione della natura"



Il Governo di Sua Maestà alle prese con una spending review su cui ha chiesto il parere ai cittadini. Ma ha anche istituito un Comitato per applicare politiche di vantaggio fiscale per la tutela del capitale naturale.



E' noto che il Governo di Sua Maestà e la stessa Regina in Inghilterra trattano i cittadini non certo come "sudditi", nonostante l'invalsa terminologia, ma come veri protagonisti delle scelte politiche ed economiche. Certo, ci sono svarioni anche lì, come, ad esempio, le bugie raccontate da Tony Blair sulla necessità di intervento in Iraq (cosa per la quale non è stata fatta giustizia).
Wildlife Trust, la più importante associazione britannica per la protezione della natura, ha scritto direttamente a George Osborne, 44 anni, Ministro dell'Economia e delle Finanze (Cancelliere dello Scacchiere, in Inghilterra) perché il 4 settembre è scaduto il termine entro il quale qualunque cittadino ed organizzazione britannici poteva inviare e-mail per dire la propria su come articolare la spesa governativa nei prossimi anni.
Ad inviare la lettera per Wildlife Trust, è stato Phil Rothwell che per 35 anni ha lavorato nella politica di gestione ambientale e dei bacini idgografici. il quale suggerisce un approccio diverso alla spesa pubblica - quella di cui devono beneficiare la natura e del persone.
Uno scorcio del Peak District National Park
"Quando George Osborne vagava per il Peak District in camper l'estate scorsa - scrive Rothwell - scommetto che non contemplava l'enigma economico che è la gestione della montagna. Perché è negli altipiani del Regno Unito che la perversione del nostro sistema di contabilità nazionale è più crudamente bizzarro e visibilmente evidente." Secondo Rothwell gli altipiani inglesi sono cambiati radicalmente nel corso degli anni divenendo un paesaggio senza alberi, aggrediti da incendi e sovrapascolo. Sempre secondo Rothwell, il contribuente britannico paga due volte, una per l'inquinamento e per farvi fronte un secondo momento. "Qualche tempo fa - prosegue Rothwell - il governo ha istituito il Natural Capital Committee (Comitato per il Capitale Naturale) per esaminare questi problemi politici e fiscali. Sotto la guida del famoso economista Professor Dieter Helm questo gruppo di grandi cervelli e di saggezza popolare ha prodotto un report di supporto per un cambiamento significativo del sistema di contabilità nei nostri paesi. Esso suggerisce che, oltre alla contabilità finanziaria, dobbiamo investire tempo e pensiero per un sistema di contabilità naturale che ci permetta di assicurare, nelle decisioni al più alto livello, che la perdita continua della nostra biodiversità naturale sia reversibile ma in modo che se ne riconosca l'effettivo valore sociale e che riduca la perversa logica circolare della nostra cornice fiscale e politica. E, dopo tutto, anche se vi è una dimensione finanziaria in questo processo - il Comprehensive Spending Review è il mezzo con cui saranno determinati la spesa pubblica ed il relativo processo decisionale - abbiamo bisogno di ricordare il valore della natura e il ricco tessuto della vita naturale che, alla fine, ci fornisce tutto ciò che non può essere misurato soltanto in libbre e pence".
Insomma, una gran bella lezione dalla "perfida Albione", che dovrebbe farci riflettere sul reale peso della tematica "conservazione della biodiversità" nei Paesi U.E più avanzati, quelli che ritengono che la tutela del capitale naturale di un Paese sia oggetto di politiche economiche e fiscali.

Per saperne di più: http://www.wildlifetrusts.org/blog/thewildlifetrustsblogger/2015/09/04/dear-george


domenica 6 settembre 2015

da "The Economist" - 05 settembre 2015



Tracciare le regole della pesca



Per disciplinarla è necessario avere i dati.



I pescatori oceanici sono costantemente alla ricerca di nuovi luoghi per esercitare il loro mestiere, appena esauriti quelli vecchi. Così, nel 1970, gli equipaggi dei pescherecci europei si sono rivolti al profondo fondale dell'Atlantico nord-orientale per sostituire le acque poco profonde della piattaforma continentale più vicine a casa ma che erano state depredate quasi del tutto. Ma non era l'unico motivo. Uno studio pubblicato nel 2009 ha suggerito che nelle più profonde delle loro acque - quelle con un fondale più vicino di 1.500 metri dalla superficie - i rendimenti erano scesi del 70 % in 25 anni. Anche a profondità maggiori, il calo è stato del 20%. Per cercare di arginare questo declino, l'Unione Europea, che regola la pesca in gran parte della zona, ha proposto di limitare la profondità alla quale la pesca a strascico può aver luogo. Questa scelta, in effetti, potrebbe creare una riserva marina sotto la profondità stabilita, una forma di protezione supplementare al sistema delle quote specie-specifiche che già esiste. La questione è dove deve essere disegnata la linea di sotto della quale è vietata la pesca a strascico d'altura. E, fino ad ora, ci sono stati pochi dati scientifici per sostenere tale decisione. Ora, però, c'è un'inversione di tendenza con la recente pubblicazione in "Current Biology", di uno studio condotto da Joanne (Jo) Clarke dell'Università di Glasgow e Francis Neat del Marine Scotland Science, un ente governativo scozzese. Il loro lavoro suggerisce che la linea oltre la quale non bisogna andare sarebbe ad una profondità di 600 metri, oltre la quale quale il Università di Aberdeen e St Andrews. Questi dati sono stati raccolti sulle specie catturate ed anche sulle profondità delle reti a strascico utilizzate, che variavano da 250 a 1.500 metri. (Lo studio in questione è stato oggetto del mio post https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=4229761066013974600#editor/target=post;postID=6713670202342384819;onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=0;src=postname).
danno ecologico causato dalla pesca a strascico aumenta sensibilmente. Clarke e Neat motivano la loro conclusione in base ai dati raccolti tra il 1978 e il 2013 dal Marine Scotland Science e dalle
I ricercatori fanno notare che la biodiversità aumenta con la profondità. In media, ogni 100 metri vio è un aumento di 18 specie ittiche. Molte di queste, però, sono di scarso valore commerciale. Una volta catturate vengono ributtate in mare, ma la maggior parte dei capi pescati è morta. L'impatto della pesca a strascico oltre i 600 metri è maggiore perché le specie di acque profonde tendono a crescere più lentamente rispetto a quelle che vivono vicino alla superficie ed hanno tassi di fecondità più bassi.
Per saperne di più: http://www.economist.com/news/science-and-technology/21663195-when-regulating-fishing-it-always-helps-have-data-drawing-line?fsrc=scn/tw/te/pe/ed/Drawingtheline

da "Nature" - 02 settembre 2015 - Colin Macilwain



Il rifiuto delle coltivazioni OGM non è un fallimento per la scienza (ma siamo oltre gli OGM)




Qualsiasi cosa decidano i Paesi che oggi si oppongono alle coltivazioni di Organismi Geneticamente Modificati sul proprio territorio, la posta in gioco non è ormai più così rilevante. La decisione dell'Europa è ininfluente.



La scorsa settimana l'agenzia Reuters riportava che la Germania aveva scelto di continuare ad applicare la moratoria delle coltivazioni di organismi geneticamente modificati sul proprio territorio. La decisione incontrerà senza dubbio una raffica ben orchestrata di critiche. Quando il governo scozzese ha fatto la stessa cosa il mese scorso, la sua decisione è stata duramente condannata da biologi vegetali e leader scientifici come Anne Glover, ex capo consigliere scientifico del presidente della Commissione europea. I critici dipingono il divieto come un affronto alla scienza ed al principio che la normativa dovrebbe essere basata su evidenze scientifiche.
Ma sono tranquillo circa le decisioni di moratoria di Scozia, Germania, Francia, Italia e degli altri Paesi di resistere alle pressioni delle imprese e di mantenere la tecnologia colturale OGM fuori dalla campagna europea. Attendo con interesse la risposta dell'Inghilterra circa l'accordo che l'Unione europea ha raggiunto lo scorso dicembre con il quale permette agli Stati membri di fare le proprie scelte in materia di autorizzazioni alle colture OGM.
Qualunque cosa queste Nazioni decidano, la posta in gioco non è più così elevata come una volta. Quando gli Stati Uniti hanno iniziato ad autorizzare la coltivazione OGM dei semi di soia e mais 20 anni fa, molti produttori pensavano che l'accettazione globale della tecnologia avrebbe pesato molto sulle decisioni europee. Ciò, probabilmente, non è lontano dal vero. La superficie globale delle colture OGM è cresciuta costantemente, senza un'ampia accettazione da parte dell'Europa. Ora è al massimo. L'anno scorso, però, è cresciuta solo di circa 181 milioni di ettari (3%), secondo i dati di settore, poco più di un decimo dei 1,5 miliardi di ettari che le Nazioni Unite stimano essere coltivati con OGM.
Cinque sesti della superficie con coltivazioni OGM è nelle Americhe. Il resto consiste principalmente di colture non alimentari (soprattutto cotone) coltivati ​​in India e in Cina. Poco, dei prodotti OGM, è nelle Nazioni che hanno bisogno di rese migliorate per nutrire la popolazione. In vent'anni, i ceppi OGM attualmente coltivati sono ancora più adatti alle esigenze dei grandi agricoltori industriali che possono permettersi i semi, le tecniche di coltivazione ed i trattamenti che li accompagnano. Qualunque sia la decisione dell'Europa, il resto del mondo non è in attesa di seguire il suo esempio.
Questa volta, il dibattito europeo sulle colture OGM non si è incentrato sulle stesse, ma su come le Nazioni dovrebbero valutare e gestire i rischi derivanti. Quando l'Europa ha voltato le spalle alle colture geneticamente modificate 15 anni fa, la lobby pro-OGM ha detto che ciò segnalava un continente in crisi, non disposto ad abbracciare il futuro. Ma, da allora, l'Europa ha dato scarsi segnali di avversione alla tecnologia. Non ha rallentato e non ha rifiutato medicamenti sanitari basati su nanotecnologie o telefoni cellulari, di cui è stata la consumatrice più veloce al mondo. Nonostante l'episodio OGM, la politica basata sulle evidenze scientifiche è viva e vegeta in Europa. Ma la buona gestione del rischio coinvolge la comunicazione iniziale con il pubblico e l'attenta valutazione di molti fattori, non solo la valutazione scientifica del rischio. In generale, tuttavia, l'industria - che di solito detiene la maggior parte dei dati rilevanti - favorisce la valutazione scientifica del rischio come principio e fine delle regole (si veda Nature 508, 289; 2014) . Gli ambientalisti - anche quelli "dolci", come la Commissione Europea e l'ex vicepresidente americano Al Gore - preferiscono il principio di precauzione, che pone l'onere della prova sull'innovatore .
Per saperne di più: http://www.nature.com/news/rejection-of-gm-crops-is-not-a-failure-for-science-1.18271?WT.mc_id=TWT_NatureNews 

Libellule a Bari


Eleganza e leggerezza sul balcone


E' sempre piacevole alzarsi la mattina e catturare immagini degli insetti più eleganti che frequentano i balconi di una città per loro poco ospitale come Bari



Crocothemys erytrea

sabato 5 settembre 2015

Intervento del Consigliere regionale Mario Conca (M5S)



Cinghiali e Parco Nazionale dell'Alta Murgia



Il problema resta quello della poca informazione. Si considera un fenomeno naturale un'emergenza con tutto quel che ne consegue mentre fino ad ora la Regione non ha mosso un dito. Si spera in Emiliano.



Il Consigliere regionale pugliese, Mario Conca del Movimento 5 Stelle, interviene, con il comunicato che pubblichiamo di seguito, sulla questione della presenza di cinghiali nel territorio del Parco Nazionale dell'Alta Murgia, dopo aver partecipato ad un incontro sul tema organizzato dallo stesso Ente Parco a Ruvo di Puglia nel pomeriggio di mercoledi 9 settembre. Nel comunicato, Conca coglie nel segno quando chiama alla responsabilità i vertici della Regione Puglia che, su questo tema, ancora non si sono espressi. Certo, non si può addebitare alla Giunta "Emiliano" alcunché su questo argomento, mentre molto si può e si deve addebitare ai vertici politici ed amministrativi delle scorse legislature che, pur investiti della questione dallo stesso Ente Parco e dalla Prefettura di Bari, e pur avendo ricevuto tutta la collaborazione possibile, sono rimasti inerti. Speriamo che la situazione sia recuperabile.

Mario Conca
"Un numero inverosimile di cinghiali selvatici, si parla di circa 4 mila esemplari, popola, dagli inizi degli anni 2000, la zona del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Una specie non autoctona la cui massiccia presenza configura da anni una stangata per coltivatori ed operatori economici del territorio, se si considera che puntualmente svariate tipologie di raccolto (leguminose, mandorle, frutta) vengono ogni anno compromesse e fabbricati come muretti a secco o recinzioni danneggiati.
“La condizione vissuta dagli agricoltori dell’Alta Murgia, in relazione alla invasiva presenza di un numero spropositato di cinghiali, è senza dubbio drammatica – dichiara il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Mario Conca. Che sottolinea: “Più preoccupante è tuttavia il pericolo che le mandrie di suidi costituiscono per la pubblica incolumità. Non penso solo agli incidenti stradali o ai problemi di viabilità, un recente episodio di cronaca ci ricorda che disgraziatamente si può anche morire sbranati dall’animale”.
Mercoledì si è tenuto un incontro a Ruvo (foto in allegato), presso gli uffici del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, per discutere ed affrontare il problema alla presenza del presidente Cesare Veronico, di alcuni dirigenti dell’Ente, dell’associazione Coscienza collettiva, degli imprenditori agricoli, delle istituzioni locali e dello stesso consigliere Mario Conca che tuttavia specifica: “Solo un intervento della Regione Puglia potrà definitivamente risolvere il problema perché, se è pur vero che l’Ente Parco ha già catturato diverse decine di esemplari con l’ausilio di gabbie, ancora tantissimi sono quelli che occupano la zona e, per fondi necessari e competenze territoriali che potrebbero valicare quelle dei confini del Parco, solo il governo regionale può essere in grado di affrontare efficacemente e soprattutto in maniera risolutiva la questione".
"Chiederò pertanto al Presidente Michele Emiliano ed all’Assessore competente Di Gioia - conclude - di attivare il prima possibile un tavolo tecnico che coinvolga l’Ente Parco, le istituzioni locali e i rappresentanti degli agricoltori e dei cittadini dell’Alta Murgia e verificheremo se la Regione si prenderà le proprie responsabilità nel risolvere un sentito problema che da tempo affligge la comunità murgiana".

da "La Provincia" di Como - 05 settembre 2015


I lupi al confine con la Svizzera


Sperando che le autorità elvetiche non ripetano le azioni di rappresaglia adottate contro gli orsi





venerdì 4 settembre 2015

da "Ecological Entomology" (2015), 40 (Suppl. 1), 12–21


I servizi agro-ecosistemici, i dis-servizi nei mandorleti e l'influenza del paesaggio


Convegno su "Agroecosistemi: dalla qualità dell'ambiente alla qualità delle produzioni"
Parco Nazionale dell'Alta Murgia
L'influenza simultanea di habitat specifici sui servizi agro-ecosistemi, dis-servizi e le loro interazioni, sono in gran parte sconosciuti. Habitat naturali e semi-naturali e terreni coltivati ​​circostanti, possono supportare i servizi ecosistemici e i dis-servizi ed il loro saldo netto è importante per guidare il processo decisionale in agricoltura. E' stato provato, in Israele, come gli habitat naturali e semi-naturali ed i circostanti mandorleti influenzino: i servizi di controllo dei parassiti; i dis-servizi di predazione da parte della vespa del mandorlo (Eurytoma amygdali End.) e i dis-servizi di predazione del seme da parte degli uccelli granivori. Quest'ultimo potrebbe fornire servizi di igiene dopo il raccolto quando si consumano mandorle infestate da vespe del mandorlo.
Diciassette mandorleti sono state indagati, circondati da percentuali variabili di habitat naturali e semi-naturali. Sono state raccolte mandorle per identificare l'infestazione da vespa del mandorlo e la sua abbondanza; è stata monitorata l'alimentazione degli uccelli indicatori. La predazione della vespa del mandorlo è stata positivamente influenzata dagli habitat semi-naturali ed in modo maggiore ai confini del frutteto. L'abbondanza del parassita non è stata influenzata dagli habitat naturali o semi-naturali.
Gli habitat naturali non hanno influenzato i servizi ecosistemici o dis-servizi studiati
nei mandorleti in Israele.

Pertanto , la protezione degli habitat naturali per la conservazione non è comunque penalizzante per gli agricoltori. 

Gli habitat semi-naturali aumentano i parassiti, ma nessun collegamento diretto ai servizi o dis- servizi da parte di uccelli è stata osservato.

Ne consegue che è auspicabile un approccio più olistico, tenendo conto dei diversi servizi e dis-servizi agro-ecosistemici ed il loro collegamento con diversi tipi di habitat per gestire in modo più sostenibile l'agricoltura.

Per saperne di più: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/een.12244/epdf