mercoledì 17 gennaio 2018

da ANSA.it/Ambiente ed Energia del 17 gennaio 2018




I nuovi bioshopper poco biodegradabili





Studio dell'Università di Pisa toglie il velo alle ipocrisie. Se vanno a finire in mare, il danno c'è comunque. Ecco perché la recente norma che obbliga ad evidenziare il costo del sacchetto sugli scontrini appare ancora più assurda. 





Ci vogliono più di sei mesi al mare per "smaltire" i bioshopper ecologici che in ogni caso possono comunque alterare lo sviluppo delle piante e modificare alcune importanti variabili del sedimento marino ossigeno, temperatura e ph. Lo rivela uno studio condotto da un team di biologi dell'Università di Pisa e pubblicato sulla rivista scientifica 'Science of the Total Environment'. Il gruppo composto da Elena Balestri, Virginia Menicagli, Flavia Vallerini, Claudio Lardicci ha ricreato un ecosistema in miniatura per analizzare i potenziali effetti diretti o indiretti dell'immissione nell'ambiente marino delle nuove buste in bioplastica, la cui diffusione si prevede possa aumentare nei prossimi anni fino a raggiungere livelli simili a quelli delle buste tradizionali. "La nostra ricerca - sottolinea Lardicci - si inserisce nel dibattito sul 'marine plastic debris', cioè sui detriti di plastica in mare, tema globale e purtroppo molto attuale: abbiamo potuto verificare che anche le buste biodegradabili di nuova generazione attualmente in commercio hanno comunque tempi di degradazione lunghi, superiori ai sei mesi".
Risultati immagini per bioshopper
Come "specie modello" i ricercatori hanno selezionato due piante acquatiche tipiche del Mediterraneo, la Cymodocea nodosa e la Zostera noltei, valutando quindi la loro risposta a livello di singola specie e di comunità rispetto alla presenza nel sedimento di bioplastica compostabile. Lo studio ha quindi esaminato il tasso degradazione delle buste e alcune variabili chimico/fisiche del sedimento che influenzano lo sviluppo delle piante. "La nostra ricerca - conclude il biologo pisano - è l'unica ad aver valutato i possibili effetti della presenza di bioplastiche sui fondali marini e sulla crescita di organismi vegetali superiori: i rischi di una possibile massiccia immissione di plastiche cosiddette biodegradabili nei sedimenti marini e gli effetti diretti e indiretti del processo di degradazione sull'intero habitat sono in gran parte ignorati dall'opinione pubblica e non ancora adeguatamente indagati dalla letteratura scientifica".



da "Le Scienze - edizione italiana di Scientific American" del 17 gennaio 2018


I veri responsabili della Peste Nera



Le pandemie non furono colpa dei ratti ma di vettori infettivi diversi: la pulce dell'uomo ed il pidocchio del capo.




Le ondate di peste che colpirono l'Europa tra il XIV e i XIX secolo, tra cui la famigerata Peste Nera della metà del 1300, probabilmente furono causate da un contagio diretto da persona a persona, con pulci e pidocchi come vettori. Lo afferma uno studio basato su dati di diffusione e mortalità raccolti in varie fonti storiche, che scagiona i ratti dal ruolo di untori.
Nel film di Werner Herzog Nosferatu (1979) i moli del porto di Brema, in Germania, vengono invasi dai ratti arrivati con le navi. Poco dopo, la peste si diffonde nella città.
La scena è ispirata dal fatto che negli studi di epidemiologia - e nell’immaginario collettivo - questi roditori sono considerati il vettore della peste, sia nella cosiddetta "prima pandemia", più famosa col nome di Peste di Giustiniano, che colpì l'Impero Romano d'Oriente tra il 541 e il 542, sia nella “seconda pandemia”, che colpì in diverse ondate l’Europa tra il XIV e il XIX secolo, oltre al Medio Oriente e al Nord Africa; una di queste ondate, nota con il lugubre nome di Peste Nera, tra il 1347 e il 1352 uccise un terzo della popolazione europea.
I veri responsabili della Peste Nera
Microfotografia di Pulex irritans, la pulce dell'uomo
Ma fu veramente colpa dei ratti? Uno studio pubblicato su "Proceedings of the National Academy of Sciences" da Nils Stenseth dell’Università di Oslo, in Norvegia, e colleghi, tra i quali Barbara Bramanti dell’Università di Ferrara, chiama in causa vettori infettivi diversi: la pulce dell’uomo (Pulex irritans) e il pidocchio del capo (Pediculus humanus).
La peste è una malattia provocata dall’infezione del batterio Yersinia pestis. Le forme più comuni sono la peste bubbonica e quella polmonare. La prima insorge quando i batteri penetrano attraverso la pelle, di solito con il morso di una pulce infetta, e arrivano nei linfonodi, causando i caratteristici gonfiori o “bubboni”.
La pulce in questo caso funge solo da vettore di un'infezione diffusa tra roditori selvatici o commensali dell'uomo, come il ratto (Rattus rattus), ma l'infezione può anche essere trasmessa da persona a persona tramite i parassiti che vivono sulla superficie della pelle, come la pulce e il pidocchio.
Si parla invece di peste polmonare primaria quando i batteri sono trasportati da particelle di aerosol che vengono inalate, e di peste polmonare secondaria, che insorge come complicanza della peste bubbonica. I soggetti infettati dalla forma polmonare possono trasmettere direttamente l’infezione per via aerea, anche se le epidemie di peste polmonare in genere fanno meno vittime e si diffondono poco, poiché le persone colpite e non curate muoiono rapidamente.
Per capire in che modo si siano diffuse le epidemie storiche, Stenseth e colleghi hanno usato i dati di mortalità disponibili di nove epidemie di peste polmonare; l'obiettivo dei ricercatori era lo sviluppo di modelli delle vie di trasmissione della malattia, quella veicolata dai roditori e quella da pulci e pidocchi.
I modelli ottenuti hanno mostrato che in sette dei nove eventi studiati, gli schemi di mortalità sono maggiormente compatibili con il modello di trasmissione tramite pulci e pidocchi.
Questa conclusione spiegherebbe perché la seconda pandemia abbia avuto una diffusione ed una mortalità molto più elevata delle epidemie della terza pandemia, che si sviluppò a partire dal 1855 dalla provincia dello Yunnan, in Cina.
Ed è un risultato anche più coerente con altri dati storici ed epidemiologici. Nei secoli interessati dalla seconda pandemia, infatti, non risulta che i ratti fossero molto diffusi in nord Europa, né che ci sia stata una diffusa moria di questi roditori contemporanea o immediatamente precedente alle epidemie. Molte infezioni, infine, avvennero in ambienti domestici, il che fa pensare ad una via di trasmissione più diretta.

Maltrattamenti di animali





La Corte di Cassazione: detenere rapaci contro natura è reato




Con la sentenza n. 1489 del 15 gennaio 2018, la Suprema Corte, Sez. III, conferma la condanna dei titolari di un "parco faunistico" in Veneto perché detenevano esemplari di Poiana di Harris (
Parabuteo unicinctus), Allocco (Strix aluco), Gheppio (Falco tinnunculus), Barbagianni (Tyto alba) e Gufo reale (Bubo bubo) "in condizioni incompatibili con le loro caratteristiche etologiche".


martedì 16 gennaio 2018

Dal Ministero dell'Ambiente






Programma nazionale di incremento della resilienza dei sistemi forestali





Finanziato con i soldi della lotta ai cambiamenti climatici ma destinato agli interventi di forestazione di aree percorse dal fuoco nelle aree naturali protette. La Direzione Generale competente è quella per il clima e l'energia ma chi poi dovrà autorizzare l'eventuale forestazione in deroga al divieto previsto dalla Legge n. 353/2000 è quella competente per la protezione della natura.




da Indy100-Independent - 14 gennaio 2018 -  di Mimi Launder




Il lupo belga




Dopo un secolo, il principe dei predatori si riaffaccia nei Paesi Bassi e nel Paese di Fiamminghi e Valloni. Una buona notizia.





Un lupo è stato avvistato in Belgio, il primo avvistamento confermato nel Paese per oltre un secolo.
Il lupo, che aveva un collare radio, si è diretto verso il Belgio dalla Germania - una notizia importante per i ricercdatori che tengono sotto controllo la crescente popolazione di lupi europei.
Sebbene una volta i lupi vagabondassero in gran parte dell'Europa, le popolazioni si sono ridotte dopo la caccia eccessiva, l'industrializzazione e l'urbanizzazione.
Comprensibilmente, questo deriva anche dal fatto che gli esseri umani sono piuttosto spaventati dai lupi, molti dei quali provengono da miti e folclore che calunniano le specie predatorie.
Ma nel 1979, la Convenzione di Berna ha deciso che i lupi sono in realtà una specie protetta fondamentale per "il nostro patrimonio naturale europeo".
Ora, le popolazioni di lupi sono in crescita e l'International Wolf Center stima che ci siano ora 13.000 esemplari in Europa.
Risultati immagini per lupo alta murgia
Un esemplare di lupo (Canis lupus) "catturato" da fototrappole
del Parco Nazionale dell'Alta Murgia
Ma gran parte di quella vecchia paura rimane, culminando in Finlandia, che ha abbattuto, tra le polemiche, 55 dei suoi 290 lupi grigi tra il 2015 e il 2016.
Il governo finlandese sostiene che i proprietari terrieri potrebbero altrimenti cacciare illegalmente i lupi, spesso per proteggere il loro bestiame, mentre gli ambientalisti sono preoccupati per il basso numero di esemplari di lupo e per la diversità genetica della specie.
Recentemente, nei Paesi Bassi è stato avvistato un lupo in una riserva naturale olandese.

da ISPRA - 16 gennaio 2018




Nei boschi del Casentino con i gatti selvatici:

ecologia e monitoraggio di un felide elusivo in Italia

Azioni sul documento




Un predatore tra i più affascinanti ed efficaci. Un "fantasma" delle foreste che ancora è presente negli appennini ma anche in Puglia nel Parco Nazionale del Gargano e forse anche altrove...




di
Edoardo Velli, Federica Mattucci e Romolo Caniglia (Area per la Genetica della Conservazione, ISPRA, Ozzano dell’Emilia, Bologna),
Marco Lucchesi (Biologo), 
Marco A. Bologna (Dipartimento di Scienze, Università degli studi Roma Tre, Roma),
Ettore Randi (Department 18/ Section of Environmental Engineering, Aalborg University, Aalborg Øst.).



Il gatto selvatico Europeo (Felis silvestris silvestris) è un meso-carnivoro che, insieme alla lince eurasiatica delle Alpi Orientali, rappresenta l’unico felide selvatico sopravvissuto nell’Olocene recente in Italia (Masseti 2010).
Sebbene la sua definizione sistematica e tassonomica sia tuttora complessa da determinare, approfondite analisi filogenetiche lo collocano insieme ad altre 4 sottospecie selvatiche (F. silvestris lybica, F. silvestris cafra, F. silvestris ornata e F. silvestris bieti) nel taxon Felis silvestris (Driscoll et al. 2007). Il suo aspetto risulta molto simile a quello di un grosso gatto domestico soriano (Tabby) ma, ad una attenta analisi morfologica, è possibile individuare specifiche caratteristiche che, se presenti insieme, permettono di definirlo con sicurezza. Basti pensare alla coda, clavata e caratterizzata dalla punta nera e da due/tre anelli chiusi, alla netta linea dorsale che termina all'attaccatura della coda, alle quattro/cinque striature occipitali, alle due striature scapolari, al rinario nero (Ragni and Possenti 1996; Beaumont et al. 2001; Kitchener et al. 2005), tanto per citare le più rilevanti. È un predatore carnivoro obbligato che in Italia si ciba prevalentemente di roditori e che predilige le aree forestali, ma risulta in grado di adattarsi a diverse condizioni ambientali.
Solitario, elusivo, territoriale e notturno, il gatto selvatico è un importante regolatore ecologico e, anche se sfuggente, misterioso e ancora poco conosciuto, il suo fascino lo rende una specie dal considerevole impatto mediatico. Come molti altri carnivori, anche il gatto selvatico ha subìto una 
Esemplare di gatto selvatico "catturato"da fototrappole
del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga
costante persecuzione nel passato quale animale nocivo (il Regio Decreto N. 1016 del 1939 ne promuoveva l’uccisione con lacci, tagliole, trappole e bocconi avvelenati) e il suo areale si è contratto e frammentato drasticamente sia in Italia che in Europa. Dalla seconda metà degli anni ’70 la sua protezione ne ha consentito la ripresa demografica e territoriale. Sebbene in Italia la conoscenza della sua consistenza e distribuzione sia ancora incompleta a causa della difficoltà di studio che la specie stessa comporta, la presenza del gatto selvatico Europeo è ad oggi accertata, con popolazioni ben differenziate, in Sicilia, lungo la dorsale appenninica dall’Aspromonte fino alle zone più settentrionali del Casentino, in Maremma e nelle Alpi Orientali (Mattucci et al. 2013). Recenti ritrovamenti ne suggeriscono il ritorno anche sulle Alpi Occidentali. Il gatto selvatico Europeo è ancora fortemente minacciato dalla frammentazione degli habitat e conseguentemente delle sue popolazioni, dalle cause di morte antropogenica (investimenti stradali) e soprattutto dall’ibridazione con il gatto domestico (Oliveira et al. 2008; Lozano et al. 2012).
Il monitoraggio delle dinamiche di popolazione di gatto selvatico sono lo strumento di base per conoscere e affrontare le minacce sopra citate, con particolare riferimento all’ibridazione con il gatto domestico. Il gatto domestico (Felis silvestris catus) è ampiamente diffuso in tutto il mondo. Sebbene molto vicino geneticamente ed etologicamente al gatto selvatico Europeo, deriva però dal gatto selvatico Nord Africano (Felis silvestris lybica) con cui condivide anche gran parte della linea mitocondriale. Il suo processo di domesticazione, complesso ed affascinante, con ogni probabilità ebbe inizio nella zona della “mezza luna fertile”, in Mesopotamia, durante il periodo in cui le popolazioni mesolitiche dell’area (es. Natufiani) cominciarono a dedicarsi ai processi di coltivazione e immagazzinamento delle granaglie (13.000 – 10.000 anni fa) spinti anche dai cambiamenti climatici del “Dryas Recente”. La crescente disponibilità di cibo e la mancanza di predatori favorì la diffusione di numerosi roditori che a loro volta incoraggiarono gli individui di gatto selvatico più intraprendenti 


(e quindi geneticamente meno proni alla paura verso l’uomo; Montague 2014) a gravitare intorno agli insediamenti umani. Ben presto gli uomini cominciarono a realizzare che i piccoli felini avrebbero potuto rivelarsi dei preziosi alleati nella protezione delle risorse alimentari dai roditori, iniziando così probabilmente il processo di selezione artificiale (Driscoll et al. 2009b; Zeder 2012b;). Con il passare del tempo questo processo ha gradualmente legato il gatto domestico al “ruolo” di predatore, mantenendone un’alta efficienza nella caccia, ma ne ha anche aumentato la vulnerabilità per specifici patogeni e malattie per i quali, grazie alle cure dell’uomo, il gatto domestico ha limitato o perso la componente selettiva. Per questa ed altre ragioni di carattere più conservazionistico, l’ibridazione tra la sottospecie domestica e quelle selvatiche risulta molto pericolosa e può compromettere intere popolazioni (così come accaduto a quella scozzese ormai in larga parte introgressa). Il monitoraggio delle popolazioni di gatto selvatico è quindi molto importante per definirne in primis consistenza e dinamica ma anche per quantificarne l’incidenza del rischio di ibridazione. Lo studio di questa specie, come per molte specie di felini, è piuttosto complesso per le caratteristiche etologiche ed ecologiche già citate. In passato l’animale veniva studiato per lo più grazie a metodi diretti, come la cattura ed il radio collaraggio e/o tramite fototrappolaggio (Bizzarri et al 2010; Anile et al 2010). L’integrazione delle metodologie di genetica non invasiva ha permesso di aumentare la mole di informazioni mantenendo lo sforzo di campionamento inalterato. Queste tecniche mirano alla raccolta di campioni biologici non–invasivi (peli ed escrementi) cercando di massimizzare la probabilità di cattura e standardizzare il più possibile l’acquisizione del dato (Velli et al 2015). Il metodo si basa sulla definizione di una griglia di campionamento (in genere con maglie di 1kmq) in cui posizionare delle trappole per pelo imbevute di una sostanza che stimoli la marcatura dell’animale senza modificarne drasticamente il comportamento spaziale (tintura madre di valeriana, Monterroso et al 2011). La stazione è inoltre corredata di una o più fototrappole in grado di fornire dei documenti video-fotografici utili per estrapolare informazioni sul fenotipo e su alcuni aspetti comportamentali degli esemplari campionati; tali informazioni possono inoltre essere integrate agli eventuali genotipi ottenuti dall'analisi genetica dei campioni raccolti. Le stazioni sono collegate da transetti sui quali avviene una raccolta opportunistica di escrementi. Dal campione biologico, tramite la tipizzazione di un pannello di marcatori molecolari specifico (10 loci microsatelliti), viene determinato il genotipo individuale e l’appartenenza di questo (con un determinato margine di errore) alla popolazione selvatica, domestica o ibrida. La combinazione di tali metodiche ha permesso di compensare i punti deboli di ciascuna, come ad esempio l’effetto eterogeneo sugli individui della valeriana, la difficile identificazione degli escrementi, la mancanza di un dato genetico con il solo fototrappolaggio etc; mentre la loro applicazione in maniera sistematica ha permesso di ottenere stime di abbondanza e densità. Con questo sistema integrato di monitoraggio è stato possibile negli ultimi anni rilevare la presenza stabile ed in salute di una popolazione di gatto selvatico all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e delle sue riserve integrali, esplorando così una delle aree appenniniche più a nord dell’areale della specie precedentemente studiate solo in modo opportunistico. La presenza simpatrica di numerosi gatti domestici nell’area studiata e le tracce di introgressione mitocondriale domestica rilevate all’interno della popolazione selvatica, hanno permesso inoltre di quantificarne anche i rischi conservazionistici.
Ulteriori studi sono in atto per approfondire l’evoluzione filogeografica della specie che presenta, in molti casi, caratteristiche mitocondriali che dovrebbero essere tipiche del gatto domestico. Il gatto selvatico Europeo ed il gatto domestico presentano infatti genomi mitocondriali diversificati da diverse mutazioni fissate nelle due sottospecie. Al contrario il gatto domestico ed il gatto selvatico Nord Africano (da cui deriva) condividono linee genealogiche più recenti che risultano molto più complesse da districare. Il ritrovamento di aplotipi mitocondriali tipici del Felis s. catus/lybica in diversi esemplari di gatto selvatico Europeo apre pertanto diverse ipotesi, oltre a quella dell'introgressione domestica, che sono tuttora in analisi.
Il monitoraggio delle popolazioni di gatto selvatico Europeo e del fenomeno dell’ibridazione è un’attività complessa che richiede risorse e un’attenta pianificazione. Il sistema integrato di metodologie applicato nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e delle sue riserve integrali può essere utile per studiare anche altre specie elusive che condividono simili problematiche di studio. La sfida futura è quella di riuscire ad ottimizzare l’efficienza di genotipizzazione e di identificazione degli ibridi attraverso la selezione di marcatori altamente informativi, come ad esempio i polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs), da applicare alla genetica non invasiva.


Bibliografia
  1. Anile S, Bizzarri L, Ragni B (2010) Estimation of European wildcat population size in Sicily (Italy) using camera trapping and capture-recapture analyses. Italian Journal of Zoology 77:241-246
  2. Beaumont M, Barratt EM, Gottelli D, Kitchener AC, Daniels MJ, Pritchard JK, Bruford MW (2001) Genetic diversity and introgression in the Scottish wildcat. Molecular Ecology 10:319-336
  3. Bizzarri L, Lacrimini M, Ragni B (2010a) Live capture and handling of the European wildcat in central Italy. Hystrix-Italian Journal of Mammal 21:73-82
  4. Daniels MJ, Corbett L (2003) Redefining introgressed protected mammals: when is a wildcat a wild cat and a dingo a wild dog? Wildlife Research 30:213-218
  5. Driscoll CA et al. (2007) The Near Eastern origin of cat domestication. Science 317:519-523
  6. Driscoll CA, Clutton-Brock J, Kitchener AC, O'Brien SJ (2009a) The Taming of the Cat. Scientific American 300:68-75
  7. Kitchener AC, Yamaguchi N, Ward JM, Macdonald DW (2005) A diagnosis for the Scottish wildcat (Felis silvestris): a tool for conservation action for a critically-endangered felid. Animal Conservation 8:223-237
  8. Lozano J, Malo AF (2012) Conservation of European wildcat (Felis silvestris) in Mediterranean environments: a reassessment of current threats. In: Williams GS (ed) Mediterranean ecosystems: dynamics, management and conservation. Nova Science Publishers, Hauppauge, NY, pp 1–31.
  9. Masseti M. (2010) Zoologia storica e archeologica dei Felidi italiani. In: Randi E, Ragni B, Bizzarri L, Agostini N, Tedaldi G (2010) Biologia e conservazione dei Felidi in Italia. Atti del convegno - Santa Sofia (FC) 7-8 Novembre 2008. Ente Parco Nazionale Foreste Casentinesi 9-28
  10. Mattucci F, Oliveira R, Bizzarri L, Vercillo F, Anile S, Ragni B, Lapini L, Sforzi A, Alves PC, Lyons LA, Randi E (2013) Genetic structure of wildcat (Felis silvestris) populations in Italy. Ecology and Evolution 3:2443-2458
  11. Montague MJ, Li G, Gandolfi B, Khan R, et al. (2014) Comparative analysis of the domestic cat genome reveals genetic signatures underlying feline biology and domestication. Proceedings of National Acadamy of Science of United States of America 111(48):17230–17235
  12. Monterroso P, Alves PC, Ferreras P (2011) Evaluation of attractants for non-invasive studies of Iberian carnivore communities. Wildlife Resources 38:446-454
  13. Oliveira R, Godinho R, Randi E, Alves PC (2008) Hybridization versus conservation: are domestic cats threatening the genetic integrity of wildcats (Felis silvestris silvestris) in Iberian Peninsula? Philosophical Transactions of the Royal Society B-Biological Sciences 363:2953-2961
  14. 14-   Ragni B, Possenti M (1996) Variability of coat-colour and markings system in Felis silvestrisItalian Journal of Zoology 63:285-292
  15. Velli E., Bologna M. A., Castelli, S., Ragni B., Randi E. 2015. Non-invasive monitoring of the European wildcat (Felis silvestris silvestris Schreber, 1777): comparative analysis of three different monitoring techniques and evaluation of their integration. European Journal of Wildlife Research 61:657-668 DOI: 10.1007/s10344-015-0936-2
  16. Zeder MA (2012b) Pathways to Animal Domestication In: Gepts P, Famula TR, Bettinger RL, et al Biodiversity in Agriculture: Domestication, Evolution, and Sustainability. Cambridge University Press 227-259.

mercoledì 10 gennaio 2018

Il contraltare alla più grande acciaieria d'Europa non decolla






L'ILVA ed il Parco Regionale delle occasioni mancate






Meglio parlare di morte e di morti che di vita e di riscatto grazie all'area protetta "Terra delle gravine"?






Con la legge regionale n. 52 del 1. dicembre dello scorso anno, è stato stabilito che la gestione del Parco Naturale Regionale "Terra delle Gravine" (la più vasta area protetta a titolarità della Regione Puglia) sia affidata ad un Consorzio tra Enti Locali. Il Consorzio, però, non è stato ancora formalmente costituito e tutto ciò che, a cascata, la norma prevede venga fatto, ovviamente non è stato fatto. Comunque erediterà la gestione del Parco dall'Amministrazione provinciale di Taranto la quale, come noto, non ha brillato affatto nei compiti assegnati.
Intanto, nelle belle contrade della provincia di Taranto, l'ILVA sta sempre là con i suoi carichi inquinanti, i suoi fumi cancerosi ma anche con tanti posti di lavoro e relative famiglie con reddito.
C'è rapporto tra una realtà in divenire, speranzosa e bella come sono belle le gravine dell'arco jonico con il loro Parco, ed un mostro che sputa veleni mantenendo in piedi l'economia locale e nazionale?
La risposta è facile ed immediata. Sì. Ed è un rapporto complesso, di relazioni fisiche e psicologiche, di economie diametralmente opposte. Di morti che sono tali perché all'ILVA ci lavoravano e di quelli che lo sono per aver respirato aria mefitica e necrofora.
Risultati immagini per terra delle gravine
Gravina di Laterza
Ma, superior stanno le città della Terra delle Gravine e longeque inferior sta Taranto con il mostro. Vien da pensare che la posizione dominante dei cittadini delle gravine in qualche modo li possa preservare dalle emissioni omicide. E vien pure da pensare che la gestione del Parco Regionale possa costituire un contraltare all'immagine di morbilità e di disinteresse per la salute pubblica della più grande acciaieria d'Europa. La sensazione, però, è che questa traccia di riscatto per il territorio tarantino non sia stata colta. Il Parco Regionale "Terra delle Gravine" ha avuto vita sempre grama. La genesi, prima del 2005, era piena di ponderazione e di confronto con i detentori di interessi. Si andava con i piedi di piombo ma con obiettivi chiari e precisi. Dal 2005 (con l'avvento della Giunta guidata da Nichi Vendola), un'accelerazione improvvisa, irragionata ed irragionevole ha portato ad un Parco malvoluto, dai confini incerti e tremolanti. Una legge, quella istitutiva del Parco, contraddittoria, con molti vuoti. Facile da impallinare, nel senso letterale del termine perché presa di mira da cacciatori ed associazioni agricole tanto da farla modificare ed integrare per ben tre volte. Le ultime due nel corso del 2017 con un'ulteriore revisione del perimetro già da elettrocardiogramma. Insomma, di tutto un po', per questo povero Parco Regionale, tranne che la gestione.
Eppure, gestire questo Parco da 25.000 ettari, con 13 Comuni della Provincia di Taranto (Ginosa, Laterza, Castellaneta, Mottola, Massafra, Palagiano, Palagianello, Statte, Crispiano, Martina Franca, Montemesola, Grottaglie e S. Marzano) ed uno della Provincia di Brindisi (Villa Castelli), uno dei Siti Natura 2000 più importanti del Continente europeo, vorrebbe dire curare un serbatoio per l'assorbimento di gas serra e di altro tipo emessi dall'ILVA, custodire la risposta biologica all'aggressione chimica dell'acciaieria. Tutto questo è presente nelle menti degli amministratori locali che dovrebbero curare il tesoro del Parco? Non è dato di sapere. Qualche segnale di vita va dato, comunque. Un'assunzione di responsabilità va fatta. Certo, a due mesi dalle elezioni politiche con le truppe cammellate pronte a raccogliere voti ed a fare promesse su tutt'altro, ogni speranza pare riposta male. Eppoi, vuoi mettere che cosa vuol dire apparire in tv e nei giornali ogni giorno per ribadire che l'ILVA uccide ma dà anche tanto lavoro e ricchezza e che gli indiani sono lì li per prenderla in mano e che c'è una guerra giudiziaria penale ed amministrativa... No, ma quale Parco regionale "Terra delle Gravine"! Qui si è seri: si parla solo di morte.