venerdì 9 dicembre 2016

da "la Repubblica" ed. Napoli del 09 dicembre 2016 - di Antonio Di Gennaro





Solo cinquemila pastori nei pascoli abbandonati





In Campania una situazione comune anche alla Puglia






Il pastore, il gregge, l’agnello: poche attività umane come la pastorizia hanno fornito all’immaginario collettivo, nel corso dei millenni, immagini simboliche altrettanto potenti. La novità è che dopo anni di difficoltà la pastorizia è in ripresa in Italia, ed aumenta anche l’attenzione dei media, con reportage e libri, come quello recente (“Storie di pascolo vagante”, Laterza editore), scritto da Marzia Verona, la ragazza piemontese che dopo la laurea in scienze forestali ha scelto di dedicarsi in prima persona alla transumanza, raccontando giorno per giorno la sua esperienza in un blog assai seguito.


Marzia Verona
In Campania le cose sembrano andare differentemente: stando ai dati Istat, dal 1980 ad oggi il numero dei pastori è diminuito dell’ottantacinque per cento, da ventottomila a meno di cinquemila: dove prima c’erano dieci pastori, ora ne sono rimasti meno di due. La diminuzione del gregge regionale è meno drastica ma comunque significativa, con le pecore che sono diminuite del trenta per cento, le capre del quarantacinque, il che vuol dire centomila capi in meno nel corso di un trentennio.

Per capire come sta cambiando la pastorizia in Campania, niente di meglio che parlare con loro, con i pastori, ma la cosa non è facile, in diversi declinano l’invito, si coglie come una ritrosia ad esporsi. Altri invece hanno accettato di raccontare il loro lavoro, ed allora la prima tappa è a San Mauro Cilento, dove ritorno in un pomeriggio di nuvole scure, spazzate dallo scirocco.

L’appuntamento è all’osteria del frantoio, con Gerardo e Romualdo, due allevatori di capra cilentana, l’antica razza locale, il cui latte ha il profumo della macchia mediterranea e si trasforma, dopo una particolare lavorazione, in un cacioricotta sublime. In questi paesaggi aspri, la capra funziona come una macchina prodigiosa, superando in produttività sia i bovini che gli ovini.
La grande coda della pecora di razza Laticauda
Gerardo è un ragazzo possente, lavorava nell’edilizia, poi con la crisi del settore, assieme alla moglie Donatella ha deciso di cambiare, ha investito tutto nel gregge, con l’aiuto del programma di sviluppo rurale ha costruito l’ovile e un piccolo caseificio aziendale. Ottenere le autorizzazioni dal Parco non è stato facile, le norme paesaggistiche sono arcigne, è stato necessario rivestire interamente le strutture di pietra arenaria, i costi sono lievitati, ma Gerardo ci crede, si è indebitato, e ha deciso andare fino in fondo.

Romualdo è tra i più esperti allevatori del Monte Stella, la sua famiglia vive di pastorizia da generazioni, ha i capelli striati d’argento e parla con una voce possente che riempie il locale. Mi racconta delle difficoltà legate ai controlli sanitari, a causa di una legislazione singolare, che impone alla pastorizia gli stessi standard di un caseificio industriale, ignorando il fatto che le tecniche artigianali di lavorazione, se ben condotte, garantiscono comunque una elevata salubrità, e sono alla base della tipicità dei prodotti.

C’è poi il problema del pascolo, e qui si sfiora l’assurdo, perché la disponibilità di superfici seminaturali, nella rarefazione demografica e colturale del Cilento, è potenzialmente sconfinata, e il pascolamento costituisce la migliore forma di presidio e cura delle aree in abbandono, di pulizia del sottobosco, di prevenzione del fuoco. Ciò nonostante, prescrizioni e divieti abbondano, e fioccano le sanzioni, con il pastore costretto a percorrere una terra sostanzialmente inutilizzata come fosse uno straniero, nei ritagli esigui che gli vengono lasciati a disposizione.

Gustiamo il cacioricotta, con il vino, il pane, i fusilli con i broccoletti, si è fatto tardi, la tempesta è calata, devo rientrare a Napoli, l’indomani ho appuntamento coi pastori del Sannio. In autostrada rispuntano le stelle, cerco di vincere il sonno e penso che alla fine, nel racconto di Gerardo e Romualdo, il lavoro rimane quello delle origini, della Bibbia e dell’Odissea: il pastore è colui che cammina davanti al gregge, alla ricerca quotidiana di pascoli, punti d’acqua e di riparo; che assiste ai parti e medica gli animali feriti. Per fare questo, deve conoscere palmo a palmo il territorio e i suoi abitanti, le regole d’uso, il mosaico delle proprietà; deve essere in grado di stringere alleanze, di prevenire e gestire i conflitti.

Quella che viene fuori, insomma, è una figura tutt’altro che avulsa dalla vita della comunità, e che si aiuta adesso con le nuove tecnologie: smartphone, posizionamento satellitare, la comunicazione sui social. Ciò nonostante, il pastore resta un intruso, un cittadino invisibile alle politiche e alle amministrazioni, una mina vagante, anche se è il suo lavoro a tener vivi paesaggi collinari e montani che si vanno spegnendo, assieme alle tradizioni, le economie, le identità.

La mattina del giorno dopo c’è l’azzurro sulle colline del Fortore, arrivo a San Giorgio in tempo per uscire con Antonio Casiero e col suo gregge di pecore, raggiungiamo il pascolo percorrendo il sentiero in mezzo a un mosaico perfetto di prati, siepi e macchie di bosco. Nei paesaggi più dolci e meno aridi della collina interna, non c’è più bisogno dell’intraprendenza eroica della capra, questo è il regno della laticauda, la pecora bianca dalla coda larga, arrivata qui dal Nord Africa, e selezionata nei secoli attraverso l’incrocio con ceppi locali. È un’eccellenza tipica di queste colline, un animale docile, che produce un agnello dalla carne particolarmente morbida, di gusto delicatissimo, oltre a un ottimo pecorino.

Qui il pascolo non è brado, come in Cilento, ma stanziale, e viene praticato su prati polifiti di proprietà delle aziende, seminati al posto del tabacco, e recintati con cura. Sembra un’isola felice, ma la crisi colpisce anche qui: a San Giorgio La Molara nell’ultimo trentennio il numero dei pastori è quasi dimezzato, mentre i capi, che pure erano raddoppiati dai tremila del 1982, ai quasi seimila del 2000, sono diminuiti del venti per cento nell’ultimo decennio. Antonio mi spiega come l’agnello di laticauda, di qualità superiore, incontri difficoltà sempre maggiori a competere col prodotto estero, che si acquista a tre euro il chilo di peso vivo, quando da noi ne occorrono quasi il doppio per rientrare dei costi di produzione.

Nel pomeriggio si torna in paese, siamo ospiti di Donato Vicario, il decano degli allevatori di laticauda. Visitiamo l’ovile, ci mostra con orgoglio gli arieti e le fattrici, frutto di una selezione rigorosa: la popolazione di laticauda è piccola, cinquemila capi in tutto, la missione di Donato è fare in modo che questa storia preziosa non si esaurisca. Alla fine ci ritroviamo tutti in cucina, attorno al tavolo, con le donne di famiglia, tre generazioni di allevatori, il più piccolo ha undici anni, si chiama Donato come il nonno, assaggia e valuta con competenza la caciotta appena aperta, dice la sua, mentre le signore portano bottiglie di birra fresca, col pecorino sono perfette.

Vengo via con tutte queste storie, c’erano dieci pastori trent’anni fa, ora sono due, ma quella che ho incontrato è gente appassionata del suo lavoro, competente, che si è sforzata di andare avanti. Le razze tipiche pregiate che allevano, la cilentana e la laticauda, sono eccellenze nell’enogastronomia nazionale, hanno un loro albo genealogico, sono un pezzo importante del patrimonio di biodiversità del paese.

«I pastori devono superare l’isolamento, puntare sull’associazionismo, iniziare a lavorare insieme», mi dice Antonio Limone, commissario dell’Istituto Zooprofilattico per il Mezzogiorno, l’ente deputato ai controlli veterinari e di qualità. Vado a trovarlo nella bella sede di Portici, circondata dal bosco di lecci della Reggia, per cercare di tirare le fila del discorso. «Insieme dobbiamo scrivere i disciplinari di produzione, partendo dalle pratiche tradizionali, e controllare che queste regole vengano rispettate. Solo così riusciremo a tutelare i prodotti di qualità della nostra pastorizia».

Antonio ha ragione, e c’è un’altra considerazione da fare: in Campania i tre quarti della popolazione vive come può, stipata sul quindici per cento di superficie territoriale, nelle pianure congestionate ai piedi dei vulcani. Nella vasta cintura verde appenninica, dal Matese al Cilento, se continua
così, non rimarrà nessuno. In questi paesaggi di colline e montagne che si spopolano, sono i pastori tra i pochi rimasti a prendersi cura dell’ecosistema, a tenere viva un’economia, ed è un lavoro importante, nell'interesse di tutti. Va bene quindi codificare le regole di produzione, ma occorre anche un riconoscimento sociale, un atteggiamento diverso delle istituzioni. C’erano dieci pastori, ne sono rimasti due, cerchiamo di non perdere anche loro.

giovedì 8 dicembre 2016

Salve le Direttive "Habitat" e "Uccelli".






Come ti controllo lo stato di salute delle Direttive U.E.







Le Direttive comunitarie che tutelano gli habitat naturali e seminaturali e le specie di uccelli selvatici, sono state sottoposte al "fitness check" da parte della Commissione presieduta da Junker. Il risultato è stato positivo: non hanno bisogno di adeguamenti. Quello che segue è lo schema di controllo adottato dalla Commissione.










 

Ci risiamo





La Commissione Europea deferisce nuovamente l'Italia alla Corte di giustizia e propone sanzioni




Dopo quattro anni dalla sentenza della Corte di Giustizia, l'Italia non provvede in modo adeguato al trattamento delle acque reflue di 80 città (Porto Cesareo, Supersano, Taviano in Puglia). Proposta una sanzione giornaliera di 346.922,40 Euro



La Commissione europea deferisce nuovamente l'Italia alla Corte di giustizia dell'UE per la mancata esecuzione della sentenza della Corte del 2012. Le autorità italiane devono ancora garantire che le acque reflue urbane vengano adeguatamente raccolte e trattate in 80 agglomerati del paese, dei 109 oggetto della prima sentenza, al fine di evitare gravi rischi per la salute umana e l'ambiente.
Il 19 luglio 2012 la Corte di giustizia dell'UE aveva statuito (causa C-565/10) che le autorità italiane violavano il diritto dell'UE (direttiva 91/271/CEE del Consiglio) poiché non provvedevano in modo adeguato alla raccolta e al trattamento delle acque reflue urbane di 109 agglomerati (città, centri urbani, insediamenti).
A distanza di quattro anni la questione non è ancora stata affrontata in 80 agglomerati, che contano oltre 6 milioni di abitanti e sono situati in diverse regioni italiane: Abruzzo (1 agglomerato), Calabria (13 agglomerati), Campania (7 agglomerati), Friuli Venezia Giulia (2 agglomerati), Liguria (3 agglomerati), Puglia (3 agglomerati) e Sicilia (51 agglomerati). La mancanza di adeguati sistemi di raccolta e trattamento in questi 80 agglomerati pone rischi significativi per la salute umana, le acque interne e l'ambiente marino.
La Commissione ha chiesto alla Corte di giustizia dell'UE di comminare una sanzione forfettaria di 62 699 421,40 euro. La Commissione propone inoltre una sanzione giornaliera pari a 346 922,40 euro qualora la piena conformità non sia raggiunta entro la data in cui la Corte emette la sentenza. La decisione finale in merito alle sanzioni spetta alla Corte di giustizia dell'UE.
Garantire che tutte le aree urbane dispongano di strutture per il trattamento delle acque reflue correttamente funzionanti può comportare considerevoli vantaggi per i cittadini dell'UE, poiché le acque non trattate pongono notevoli rischi per la salute umana e l'ambiente.


Contesto
Secondo quanto previsto dalla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane (direttiva 91/271/CEE del Consiglio), gli Stati membri sono tenuti ad assicurarsi che gli agglomerati (città, centri urbani, insediamenti) raccolgano e trattino in modo adeguato le proprie acque reflue urbane. Le acque reflue non trattate possono essere contaminate da batteri e virus nocivi e rappresentano pertanto un rischio per la salute pubblica. Contengono, tra l'altro, nutrienti, come l'azoto e il fosforo, che possono danneggiare le acque dolci e l'ambiente marino favorendo la crescita eccessiva di alghe che soffocano le altre forme di vita, processo conosciuto come eutrofizzazione.
Ai sensi della direttiva 91/271/CEE del Consiglio, le città e i centri urbani con un numero di abitanti equivalenti superiore a 15 000 che scaricano le acque reflue urbane in acque recipienti non considerate aree sensibili erano tenuti a dotarsi di sistemi per la raccolta e il trattamento delle acque reflue entro il 31 dicembre 2000. Ne consegue che gli Stati membri devono assicurare che le acque reflue urbane vengano opportunamente raccolte e trattate prima che siano scaricate nell'ambiente. 
A norma dell'articolo 260 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), se uno Stato membro non ha adottato le misure necessarie per conformarsi ad una sentenza della Corte di giustizia, la Commissione può adire la Corte di giustizia. La decisione relativa a un secondo deferimento alla Corte di giustizia sulla base dell'articolo 260 del TFUE deve sempre essere corredata di una proposta di sanzione e/o somma forfettaria. Il calcolo della sanzione da versare prende in considerazione la gravità dell'infrazione, tenuto conto dell'importanza delle norme violate e degli effetti di tale violazione sugli interessi generali e particolari, della sua durata e della grandezza dello Stato membro, al fine di garantirne l'effetto dissuasivo. Le sentenze della Corte sono vincolanti per tutti gli Stati membri dell'UE, nonché per le stesse istituzioni dell'UE.
Pertanto, il secondo deferimento alla Corte è necessario per garantire l'osservanza delle disposizioni in questi 80 agglomerati restanti, vista l'estrema lentezza dei progressi compiuti e la ripetuta inosservanza dei termini preventivamente annunciati. Altri Stati membri (Belgio, Grecia, Lussemburgo e Portogallo) sono già stati oggetto di sanzioni pecuniarie in casi analoghi, mentre la Spagna è stata nuovamente deferita alla Corte di Giustizia e potrebbe subire sanzioni.

domenica 4 dicembre 2016

Vita selvatica in città




Non solo cemento, siamo inglesi




Wildlife Trust ci guida nella scoperta dei segni della vita selvatica a poca distanza da centri urbani. Una bella trovata...






giovedì 1 dicembre 2016

da Natural England





Come ridurre il rischio di inondazioni

con l'aiuto degli agricoltori





Se solo riuscissimo a seguire le buone pratiche degli altri Paesi, senza doverci inventare nulla. Da noi si finanziano interventi che impattano direttamente sulle aree golenali; nel Regno di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra si finanziano interventi di corretta gestione dei territori fluviali responsabilizzando gli agricoltori.




Nel Regno Unito ci sono una serie di risorse finanziarie disponibili nell'ambito del sistema di "Gestione della campagna" (Countryside Stewardship), per sostenere gli agricoltori ed i gestori del territorio che desiderano adottare tecniche naturali di gestione delle inondazioni e contribuire a rallentare il flusso di acqua con bacini e per ridurre l'impatto delle inondazioni a valle.
Ad esempio:
CREAZIONE DI BOSCHI E MACCHIA
Piantare gestire aree boschive ad una serie di scale in tutto il bacino.
L'azione comprende una gamma di opzioni di creazione e di gestione di boschi e macchia e strumenti finanziari associati per piantare e proteggere i giovani alberi e gestire gli alberi esistenti lungo le rive del fiume.

RIDUZIONE DELLE PRESE D'ACQUA
Modifiche ai sistemi di drenaggio agricoli per ridurre il deflusso e per migliorare la condizione delle torbiere. L'investimento riguarda la riduzione di prese d'acqua a monte. Sono anche previsti pagamenti per la gestione di brughiera d'altopiano, per modifiche ai regimi idraulici finalizzati a modificare i regimi esistenti di bruciatura delle brughiere ed un supplemento ripristinare il regime idraulico delle brughiere.

RESTAURO DELLE SPONDE FLUVIALI
Stabilizzare l'erosione delle rive dei fiumi per ridurre la deposizione di sedimenti a valle.
Sono disponibili risorse finanziarie per realizzare recinzioni finalizzate al recupero delle sponde. Sono anche previsti pagamenti per la gestione del ripristino di zone ripariali lungo le rive fluviali -fasce tampone tra corso d'acqua e seminativi, gestione di fasce ripariali e per riservare pezzi di terra alla non-gestione.

Link al documento qui.







Incendi boschivi in #Israele





PERCHÉ NON C'E' SOLIDARIETÀ AD ISRAELE DEVASTATO DAGLI INCENDI DELL'#INTIFADA? PERCHÉ L'AMBIENTALISMO NOSTRANO È TARGATO E, IN FONDO, #ANTISIONISTA E, FORSE, #ANTISEMITA.



dal Corriere della Sera del 01 dicembre 2016

martedì 29 novembre 2016

da "ABC" (quotidiano spagnolo) del 26 novembre 2016 



Rete Natura 2000 in Spagna: un commento poco positivo




I problemi che devono essere risolti per raggiungere un equilibrio tra la tutela dell'ambiente e il necessario sviluppo economico e sociale, secondo la Direttiva "Habitat". Un'invettiva contro l'applicazione della Rete Natura 2000 che può essere ben confutata ma che, in ogni caso, va tenuta in debito conto.





In diversi forum si parla di potenzialità e di opportunità della Rete Natura 2000 come piattaforma di sviluppo per i Comuni inclusi in essa, però poco abbiamo sentito parlare dei problemi che devono essere risolti per raggiungere un equilibrio tra la conservazione dell'ambiente e lo sviluppo economico e sociale necessario, stabilito dalla Direttiva "Habitat".


"La Rete Natura 2000 è stata utilizzata in gran parte per la mera acquisizione e la distribuzione dei fondi europei così come per il controllo dei cittadini intervenendo sulla proprietà da parte dell'Amministrazione pubblica"

Adottata nel 1992, la Direttiva "Habitat" è nata con l'obiettivo di creare una rete che consenta di stabilire la base per la conservazione degli habitat naturali, della flora e della fauna selvatiche. Ma lungi dall'essere uno strumento per la protezione della natura in Spagna, un Paese che dedica agli obiettivi della Direttiva la maggior quantità di territorio in assoluto e in termini relativi, la Rete Natura 2000 è stata utilizzata in gran parte per la mera acquisizione e la distribuzione dei fondi europei così come per il controllo dei cittadini intervenendo sulla proprietà da parte dell'Amministrazione pubblica.

Quelli di noi che professionalmente, da avvocati, si occupano dei temi legati a Rete Natura 2000 sono consapevoli della mancanza di razionalità, analisi e rigore tecnico e scientifico prevalente e delle violazioni sistematiche del diritto di chi è impegnato nello sviluppo e nell'attuazione delle procedure della Direttiva, costringendo i cittadini ad andare nei tribunali che, nella maggior parte dei casi, dichiarano la nullità degli atti prodotti. Recentemente, nove sentenze della Corte Suprema delle Asturie hanno annullato altrettante designazioni di ZSC (Zone Speciali di Conservazione) dei proposti LIC (i nostri S.I.C. - Siti d'Importanza Comunitaria n.d.r.) nel 2004.

Abbiamo casi paradigmatici della strumentalizzazione della rete Natura 2000, come un mezzo per ottenere scopi lontani dalla conservazione della natura. E' il caso dell'ampliamento dell'estensione della Zona Speciale di Conservazione e Zona di Protezione Speciale di Laguna del Hito a Villar de Cañas (Cuenca).
Cartello nell'area per il centro di stoccaggio dei residui nucleari a Villar de Cañas
In un periodo di un paio di giorni dopo la dichiarazione e l'approvazione del Piano per l'attuale perimetrazione, non esistono studi scientifici o fondazioni che avvalorano l'ammpliamento da 1.000 a 25.000 ettari, se non l'unico scopo dichiarato dalle autorità di estendere la tutela al terreno su cui è stato destinato ad essere realizzato un centro per lo stoccaggio stoccaggio di rifiuti nucleari (ATC), per fermare, impedire oppure ostacolare la sua costruzione, che già aveva i pareri favorevoli e le garanzie necessarie per la realizzazione. Molti detentori di interessi preparano azioni legali contro la Regione Castilla-La Mancha.

"Natura 2000 in Spagna rappresenta un freno allo sviluppo dei territori"

Natura 2000 in Spagna rappresenta un freno allo sviluppo dei territori e induce al loro spopolamento perché è difficile e costoso portare avanti economiche redditizie. E' il caso delle zone viticole, come Higueruela, Pétrola, Chinchilla e Albacete in cui, dopo aver sovvenzionato l'estirpazione ed il reimpianto dei vigneti, una volta concessi i diritti di impianto ed effettuati gli investimenti, viene rifiutata l'autorizzazione per l'impianto da parte dell'Amministrazione, sostenendo che le terre siano in Zona di Protezione Speciale.

Limitazioni e divieti riguardano l'agricoltura, l'allevamento, la silvicoltura, la ricerca, la piantagione di alberi, l'accesso dei veicoli; il miglioramento della rete di comunicazione, le attività turistiche e ricreative.

Le restrizioni imposte non sono compensate a coloro che, avendo i diritti in precedenza acquisiti su quei territori, ne sono privati, costringendo così queste persone, i proprietari, le imprese, i semplici residenti, o anche i Comuni, a sostenere il costo dell'interesse pubblico per la conservazione della natura, il che è senza dubbio un esproprio mascherato.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione si è pronunciata più volte favorevolmente acché, se l'Amministrazione vuole conservare o proteggere questi o altri territori, deve approvare bilanci adeguati per compensare le persone colpite dai vincoli imposti. La tutela deve essere giustificata da studi tecnici e scientifici che analizzino l'effettiva esistenza di habitat e specie da proteggere e le misure da adottare e deve rispettare i diritti di partecipazione dei cittadini allo sviluppo di questi standard.

Tale punto di vista dovrebbe rendere prudente la gestione della materia non potendoci permettere di incoraggiare un maggior spopolamento delle zone rurali o di condannare alla mancanza di redditività qualsiasi attività. Ma, soprattutto, non sembrano essere a disposizione abbastanza soldi per continuare a così allegramente "depatrimonializzare" i territori con l'estensione indiscriminata e lassista della Rete Natura in Spagna.

Pilar Martinez - Avvocato -